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di Gian Guido Vecchi

Corriere della Sera, 31 marzo 2024

Giovanni XXIII nella “Pacem in Terris” scriveva che la guerra è estranea alla ragione. Oggi Bergoglio continua a gridare nel deserto, e a sperare ciò che appare impossibile. A settembre, in Mongolia, aveva citato “Timore e tremore” di Søren Kierkegaard, la riflessione su Abramo che seppe sperare contro ogni speranza: “Ognuno fu grande secondo quello che sperò. Uno fu grande sperando il possibile, un altro sperando l’eterno, ma chi sperò l’impossibile fu il più grande di tutti”. Sono anni che il Papa denuncia, inascoltato, la “follia” della guerra. Fin da quando, nel 2014, eletto da un anno, andò a commemorare nel Sacrario di Redipuglia i caduti della Prima Guerra mondiale, l’”inutile strage” che Francesco conosce bene dai racconti familiari perché vi aveva combattuto il soldato Giovanni Carlo Bergoglio, suo nonno.

Un secolo più tardi, il nipote Jorge Mario sa che tutto è cominciato da lì, dal non senso di un conflitto riassunto dalla battaglia di Verdun, un milione di morti senza che il fronte si spostasse di un metro. Poi è arrivata la Seconda Guerra Mondiale, sono arrivate Hiroshima e Nagasaki e il pericolo di annientamento del genere umano. Nell’era delle armi nucleari la guerra “alienum est a ratione”, è estranea alla ragione, scriveva Giovanni XXIII nella Pacem in Terris, 1963. Il principio della guerra giusta coniato da Sant’Agostino nel IV secolo sfuma davanti a tutto questo e supera ogni considerazione geopolitica. Per questo Francesco continua a gridare nel deserto, e a sperare ciò che appare impossibile: non si schiera con nessuno, se non dalla parte del negoziato, sempre, perché sa che nel tempo della “Terza guerra mondiale a pezzi” bisogna tentare l’impossibile per evitare il pericolo che i “pezzi” finiscano per saldarsi.