di Fabio Tonacci
La Repubblica, 12 gennaio 2022
Il municipio è stato sventrato e dato alle fiamme, i bancomat sono stati divelti e le vetrine frantumate. "La città è stata lasciata in preda alla violenza". Nominato un nuovo premier. "Nelzja!". Il soldato sbuca all'improvviso dalla porta di destra, l'unica aperta delle tre da cui si entra in ciò che resta dell'Akimat, il municipio di Almaty. "Nelzja!", urla una seconda volta. In russo significa "non si può", ma non c'è bisogno del traduttore per intuire il messaggio. Bastano gli occhi spiritati del giovane militare e la canna del fucile d'assalto puntata addosso. Sette piani sopra la sua testa, sul tetto di questo edificio di imponente architettura post-sovietica che è stato il più importante della nazione prima del trasferimento della capitale a Nur-Sultan, un'inedita bandiera del Kazakistan è ammainata a mezz'asta. Dovrebbe essere azzurra e invece ha il colore del carbone. Annerita dalle fiamme che hanno illuminato la città nella notte più drammatica.
Il Kazakistan oggi è come quel soldato: spaventato, in cerca di responsabili e responsabilità, pronto a sparare a vista. Almaty, la sua capitale economica e finanziaria, è come quella bandiera lassù: bruciata, immobile, oltraggiata, in attesa che qualcuno la aiuti a rialzarsi dopo il passaggio dell'Orda cui è seguita la sanguinosa repressione del regime.
La scena di un delitto che il presidente kazako Karim-Jomart Tokayev non esita a definire "tentato colpo di Stato" presenta i segni tipici dell'assalto al Palazzo di Inverno. L'Akimat, ex sede dei governo circondata da un bel giardino innevato di aceri e betulle, è stato il primo centro del potere a cadere. I rivoltosi, prima di appiccare l'incendio a tutti i sette piani con la benzina, si sono scattati selfie nell'aula degli stucchi e delle riunioni. Come hanno fatto, con singolare coincidenza esattamente un anno fa, gli assalitori di Capitol Hill a Washington.
Il municipio sventrato domina Piazza della Repubblica, che è deserta, cinturata da check-point e paracarri. Gli agenti perquisiscono i passanti, aprono borse, cancellano foto e video dei telefonini, gridano ordini con gli altoparlanti. Il cielo è una cappa grigia carica delle emissioni inquinanti delle centrali elettriche a carbone. Fanno - 4 gradi. Il "battesimo del freddo", come chiamano il giorno in cui dalla sera alla mattina la temperatura scenderà fino a - 25, è atteso per la prossima settimana.
È in questa piazza che, con un inspiegabile ritardo di diverse ore, a metà del 5 gennaio è cominciata la reazione delle forze di sicurezza. Soldati come il ragazzo che è di guardia all'Akimat hanno avuto l'autorizzazione a fare fuoco su chiunque si trovasse nei dintorni. Fermarli, vivi o morti. Sparavano anche i rivoltosi, con kalashnikov e pistole di fabbricazione sovietica. Dicono che solo ad Almaty siano decedute 107 persone. "Decine, ne hanno uccisi a decine, che cosa vuole che importi il numero esatto?", bofonchia un operaio tartaro con la pettorina arancione mentre solleva mattoni di granito e rattoppa la piazza. L'Orda ha frantumato il pavimento per rimediare oggetti da tirare. Qualche passo più avanti, quando si arriva alla ex residenza presidenziale, si percepisce veramente quale furiosa e brutale battaglia si sia combattuta una settimana fa.
Le carcasse bruciate di quattro auto sono ancora in strada. Tre giacciono su un fianco, una è rovesciata. Una quinta è piantata contro il cancello, tra rami di albero spezzati e detriti. La garitta di ferro battuto e intarsi dorati è sbriciolata, i vetri esplosi. Non sono passati da qui. Per entrare nella villa del capo dello Stato hanno preferito lanciare un camion in retromarcia a tutta velocità contro la recinzione. Sono sciamati dentro come vespe impazzite, spaccando macchine, depandance, uffici che poi hanno provato ad ardere. A protezione degli edifici sensibili adesso ci sono le forze speciali russe della 45esima Brigata. Hanno alzato barricate con sacchi di sabbia e mitragliatori, come in guerra. Putin ha assicurato che tra due giorni, se la situazione sarà sotto controllo, comincerà il ritiro delle truppe. Tokayev lo ringrazia dell'aiuto. Gli Stati Uniti non si fidano.
I kazaki di Almaty non rilasciano commenti, hanno paura. Nell'Arbat, la via pedonale ristrutturata da un architetto italiano, nessuno sente il desiderio di sfogarsi davanti alla telecamera per tutte le botteghe senza più le porte, i bancomat divelti, le vetrine scassate, le centraline dei lampioni coi fili scoperti, il dedalo di vie interrotte e 93 check-point, i 23 centri commerciali Magnum depredati, i distributori coi serbatoi di carburante dissotterrati, le scuole che non riaprono. La Rete solo ieri è stata resa di nuovo accessibile dal governo, l'aeroporto invece è off-limit: da Nur-Sultan si arriva a bordo di treni vecchissimi che impiegano 15 ore per attraversare la steppa, un viaggio interminabile tra i sussulti delle carrozze.
I negozianti riparano gli scaffali, senza fiatare. Gli stessi giornalisti locali fanno fatica a parlare, eppure ne avrebbero motivo visto che le sedi delle televisioni statali Khabar e Ktk sono state assaltate, così come il dipartimento dell'istruzione e il tribunale. Per avere una reazione, bisogna garantire di non fare nomi e cognomi. Allora sì che viene fuori l'insofferenza che, almeno in parte, può spiegare la sommossa. "Siamo disperati", dice un kazako di 50 anni sceso in piazza non per aggredire ma per contestare. "I pensionati non vedono le pensioni, i dottori sono corrotti, le famiglie giovani non riescono a comprare casa se non indebitandosi con le banche a tassi di interesse assurdi". Nell'anonimato spiegano che i poliziotti quel giorno hanno abbassato gli scudi, in segno di resa. E settimane prima della guerriglia ad Almaty c'erano macchine ministeriali, riconoscibili dalla targa ("Hanno due cifre invece di tre") da cui uscivano stranieri mai visti prima.
Da dove è venuta l'Orda? Chi l'ha guidata? Chi erano i 5-6 mila sediziosi che hanno sequestrato una protesta per il rincaro dei prezzi del Gpl nata pacifica e l'hanno tramutata in aggressione allo Stato? Gli unici punti fermi dell'enigma kazako è che sono arrivati da lontano ed erano organizzati. Il 4 gennaio, poco prima del calar del sole, una folla si è radunata fuori dall'Almaty Arena, palazzetto dello sport nel quartiere periferico di Momyshuly, abitato da musulmani e dagli oralmahi, kazaki nati all'estero cui è stata data la possibilità di rientrare dopo l'indipendenza. Da lì hanno preso a risalire le due arterie Tole Bi e Abaya: sono viali lunghi chilometri, dove sono cominciati i saccheggi. Hanno rubato pure profumi francesi e vestiti eleganti che hanno indossato mentre bruciavano il municipio. La polizia e la Guardia Nazionale avevano tutto il tempo per bloccarli e tenerli lontano dall'Akimat, eppure non sono intervenuti. "La città è stata lasciata in preda alla violenza, qualcuno deve ha dato loro l'ordine di ritirarsi", ragiona Carmine, un pittore italiano che vive ad Almaty da trent'anni.
Ne sono convinti in tanti, a cominciare dal presidente 68enne Tokayev che ieri ha nominato Alikhan Smailov primo ministro, dopo l'epurazione del governo di Askar Mamin: che si sia trattato, cioè, di un'operazione "terroristica" pianificata da tempo, con l'ausilio di forestieri kirghizi, tagiki, miliziani afghani islamisti entrati di nascosto nel Paese e la complicità di qualcuno che conta negli apparati. Forse proprio quel Karim Masimov arrestato per alto tradimento: ex primo ministro legato al padre "della patria" Nursultan Nazarbayev, fino a giovedì scorso era il capo dei servizi segreti interni. E c'è chi già scommette sull'esilio di Nazarbayev, la cui ultima apparizione pubblica risale a due settimane fa. "Queste sono giochi politici che fanno a Nur-Sultan, noi abbiamo altri problemi...", dice una signora dal passo svelto. Sta andando all'obitorio di Kazybek Bi, dove c'è la fila per riconoscere i cadaveri di padri, fratelli, sorelle, figli. I rivoltosi si sono intrufolati anche lì dentro, per riprendersi i corpi dei loro caduti. Nella notte di Almaty, neanche i morti sono stati lasciati in pace.









