di Eugenia Tognotti
La Stampa, 26 febbraio 2020
L'altra epidemia che dilata gli effetti di quella medica. Due virus circolano oggi in Italia, biologico l'uno, il coronavirus - che ha immediatamente conquistato l'arena mediatica; immateriale, l'altro, il virus della paura.
Fatto di chiacchiere, impressioni, reazioni emotive, parole, quest'ultimo sta dilagando molto più velocemente del primo, attraverso la rete e le agenzie di stampa, contagiando un numero di persone enormemente più elevato di quello toccato dal virus bilogico, di tutte le età e condizioni e ben al di là della famosa "zona rossa", blindata da cordoni sanitari e quarantene.
Si tratta di un virus pericoloso, che riceve una copertura mediatica senza precedenti per nessun evento o catastrofe nell'Italia contemporanea. Capace di diffondere il panico, di paralizzare gli sforzi necessari a contenere la diffusione dell'"altro" virus, di dilatare gli effetti sull'economia e di "disunire" l'Italia, come stiamo vedendo in queste ore. Non per niente era la paura stessa durante le crisi epidemiche a incutere i più grandi timori negli antichi magistrati di sanità che dovevano governare l'emergenza. Ben consapevoli che la diffusione di una malattia mortale e contagiosa non incideva solo sulla salute fisica, alimentando la "fobia da contatto".
Le pulsioni di panico, l'incubo dell'imprevisto e dell'ignoto spingevano a dare la caccia a presunti "untori", a forzare i cordoni sanitari, a sottrarsi all'isolamento forzato, a fuggire dai lazzaretti, diffondendo l'epidemia nelle zone "sane", mettendo a repentaglio l'economia. Lo "sbigottimento delle genti" poteva uccidere, come riferiva un anonimo cronista orvietano della peste descritta da Boccaccio nel Decamerone. Alcuni secoli dopo, citando Tucidide e la peste di Atene - che colpiva prima i "melancolici e i paurosi" - Ludovico Ariosto chiamava in causa "le gagliarde passioni dell'animo" che definiva "i primi beccamorti dell'uomo regnando il contagio".
Gli sforzi delle autorità sanitarie per dominare la paura e l'irrazionalità, capaci di rendere le popolazioni "più proclivi ai morbi", trovano nuovi argomenti in tutte le epidemie, impreviste e imprevedibili, fino alla Spagnola. Ma in quel 1918, a guerra non ancora conclusa, il carico di angoscia e di ansia non trova voce e spazio nei giornali per il divieto di evocare persino il nome della "madre di tutte le influenze" che avrebbe contribuito a "deprimere lo spirito pubblico".
L'infezione da Coronavirus non è la Spagnola. L'infezione da Coronavirus è ancora un'epidemia più mediatica che medica, con una diffusione circoscritta, grazie alle severe misure cautelative adottate, e con tassi di mortalità molto vicini a quelli dell'influenza. Occorrerebbe interrogarsi forse su che cosa ha innescato il virus della paura, ingiustificata, irragionevole, su cui s'infrange la voce della scienza e l'evidenza dei numeri.
Non sarà, a fare paura, il termine stesso di "contagio", in cui s'intrecciano i concetti di "diffusione", "epidemia", "infezione", "trasmissione", "mescolanza"? Angosce, paure, reazioni emotive appartengono al presente quanto al passato. Mentre la scienza sta mettendo a punto un efficace vaccino immunizzante e altre strategie terapeutiche, s'impone la necessità di addomesticare la paura nei confini della nostra cultura, operando secondo ragione.










