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di Gianni Alati

Il Dubbio, 9 febbraio 2026

C’è una curva che scende, lentamente ma senza interruzioni, da oltre trent’anni. È la curva degli omicidi in Italia. Dai primi anni Novanta, quando si sfioravano le duemila vittime l’anno, si è arrivati a poco più di trecento. Un crollo superiore all’80%. Un dato strutturale, quindi. Un fatto. Eppure, in questi anni, c’è stata una curva uguale e contraria quella della percezione dell’insicurezza che cresce quanto più decrescono reati e delitti. Mai come oggi la sicurezza è diventata argomento da campagna elettorale continua. Più i reati gravi diminuiscono, più il discorso pubblico si convince del contrario. I grafici lo mostrano senza ambiguità.

Non solo in valori assoluti, ma anche nel confronto europeo: l’Italia è oggi tra i Paesi con il più basso tasso di omicidi in Europa occidentale, sotto Francia e Regno Unito, allineata o migliore della Germania, in una traiettoria simile a quella spagnola. E allora perché l’emergenza? La sicurezza è diventata una risorsa narrativa. Un campo simbolico da occupare. Funziona perché parla alla paura, e la paura non ha bisogno di verifiche. Funziona perché consente di semplificare: il mondo è pericoloso, qualcuno deve proteggerci, qualcuno deve comandare. Non è una dinamica di destra o di sinistra. È trasversale.

Ogni colore politico, quando governa, tende a descrivere la sicurezza come problema irrisolto; quando è all’opposizione, come catastrofe imminente. Cambiano i bersagli, non lo schema. Immigrazione, degrado urbano, marginalità, devianza: il lessico si aggiorna, la struttura resta. Il paradosso è che questa narrazione cresce proprio mentre lo Stato funziona meglio sul piano repressivo e preventivo. Meno omicidi, meno violenza estrema, maggiore capacità di controllo. Ma il successo non fa notizia. L’allarme sì.

C’è poi un effetto collaterale più sottile: l’emergenza permanente giustifica misure eccezionali, scorciatoie. Se tutto è emergenza, tutto può essere fatto in nome della sicurezza. Anche restringere diritti, anche confondere percezione e realtà, anche rinunciare a distinguere tra paura e pericolo. I grafici non negano l’esistenza di problemi reali: criminalità diffusa, micro-conflitti urbani, disagio sociale. Ma ricordano una cosa elementare che spesso scompare dal dibattito: la sicurezza non è in crisi, la sua rappresentazione sì. E forse il nodo è proprio questo. In un Paese più sicuro di ieri, la politica ha sempre più bisogno di raccontarlo come se fosse più insicuro. Non per governare meglio la realtà, ma per governare meglio le emozioni.