di Linda Laura Sabbadini
La Stampa, 25 settembre 2023
I migranti nel mondo 281 milioni, 87 milioni in Europa, se consideriamo le persone che vivono in un paese diverso da quello di nascita. Sono gli ultimi dati ONU disponibili. È un grande numero, ma se ci pensiamo bene, stiamo parlando di una percentuale, relativamente piccola della popolazione mondiale. Il 3,6 per cento del totale. Negli anni gli spostamenti migratori si sono modificati. Nuovi paesi sono diventati di partenza, nuovi paesi di destinazione, e altri si sono avvicendati come paesi di transito. Noi stessi siamo ora paese di destinazione, e al tempo stesso di transito verso lidi migliori, dopo essere stati paese prevalentemente di partenza di milioni di cittadini. Dovremmo ricordarci un po’ più spesso di che cosa vuol dire essere migranti. Gli Stati Uniti continuano ad essere un grande paese di destinazione. Cinquanta milioni sono coloro che ci vivono ma sono nati altrove. Ma subito dopo, vi sorprenderà, si colloca la Germania con 16 milioni, dagli 8, 9 di 20 anni fa.
La concentrazione in alcune zone più che in altre, la rapidità con cui si impongono nuove ondate migratorie in seguito a conflitti, vittoria di dittature, cambiamenti climatici o aumento delle povertà, l’arrivo spesso sconvolgente di persone che fuggono dai loro Paesi, impaurisce tanti cittadini che si sentono minacciati. È normale che possa succedere, soprattutto in momenti di grave incertezza per il futuro, come quello che stiamo vivendo, con la invasione dell’Ucraina e il balzo dell’inflazione che c’è stato, con il Covid alle spalle e le crisi del 2009 e del 2013. Non altrettanto normale è che questa paura sia utilizzata e alimentata a fini elettorali e che a questa si dia risposta con l’inasprimento delle misure di respingimento, con la repressione, invece che con una visione prospettica che punti alla stabilizzazione dell’Africa, a corridoi migratori regolari e investa sull’integrazione.
Si critica la Germania e la Francia, perché non ci supportano. Tutta l’Europa deve condividere la questione migranti, è giusto. Ma dobbiamo essere coscienti che tanti Paesi hanno fatto più di noi in molte occasioni. Noi abbiamo supportato la Germania durante la crisi siriana? La Merkel accolse 1 milione di siriani e noi? Certo mica lo fece solo per motivi umanitari. La Germania ha un problema simile al nostro. Anche se il numero di figli per donna ha ricominciato a crescere grazie alle politiche di conciliazione e di condivisione che nel nostro paese non ci sono state, ha bisogno di incrementare la popolazione in età lavorativa, altrimenti con l’invecchiamento della popolazione non avrà abbastanza per pagare le pensioni. Però non ha fatto distinzioni tra provenienze di migranti. Oggi la Germania è anche il paese che sta accogliendo più rifugiati in Europa dall’Ucraina, secondo Eurostat, più di 1 milione sono lì. Anche noi lo stiamo facendo. Da noi sono 150 mila circa. Ma noi facciamo distinzioni di provenienza. Se vengono dall’Ucraina può andare, se vengono dall’Africa no. Non sono tutte persone con la P maiuscola, bisognose di aiuto, a cui dovremmo saper rispondere con investimenti per l’integrazione, invece che con repressione e regalie al dittatore di turno?
E invece no. Non ce la si fa. L’istinto atavico al pensiero repressore è più forte di qualunque altra cosa. Più sanzioni, più carcere, ai minori, ai piromani, ai fumatori di marijuana, ai partecipanti ai rave, agli imbrattatori d’opere d’arte. Per ogni cosa è questa la presunta soluzione. Agli immigrati lo Stato Italiano non offrirà una alternativa legale alla clandestinità che li sottragga alla schiavitù degli scafisti, come il nostro mercato del lavoro, ed il nostro sistema pensionistico richiederebbe. No, istituiamo centri di reclusione in ogni regione nei quali li stipiamo per 18 mesi, come hanno fatto già i loro aguzzini scafisti in Libia, e chiederemo a loro, già privati di ogni avere, 5.000 euro per evitarlo. Questo non è garantire la sicurezza del Paese. Potrebbe sembrare una farsa, se non si trattasse della tragedia di esseri umani come noi.











