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di Francesco Remotti*

lavialibera.it, 14 aprile 2022

In carcere il detenuto è privato del divenire. Ridurlo a “essere” significa fargli molto male. Una punizione che provoca una mutilazione spirituale prima che corporea.

Qualcuno, tanto tempo fa, diceva che l’essere è immobile, uno, continuo e che la giustizia fa sì che esso “non nasca né muoia”, “né lo scioglie dai ceppi”. E ancora: “immobile nei ceppi delle sue grandi catene […] resta identico sempre in un luogo, giace in sé stesso, dunque rimane lì fermo”. Quel qualcuno (un poeta e filosofo) insisteva ancora con questa immagine carceraria: “potente necessità lo tiene nelle catene del ceppo, che tutto lo chiude all’intorno”. È il destino che “l’ha legato ad essere un tutto immobile”. L’essere - per quel qualcuno (un qualcuno di molto importante nel pensiero filosofico, e non solo, che giunge fino a noi) - risulta dunque incatenato e per giunta tenuto immobile e inchiavardato in sé stesso dal destino, dalla necessità, dalla giustizia.

Un carcerato somiglia un po’ all’Essere descritto da Parmenide, un poeta-filosofo del VI-V secolo a.C., di Elea, Magna Grecia, oggi Ascea, in provincia di Salerno. Ovviamente, un carcerato non è del tutto immobile, non è del tutto uno, del tutto solo con sé stesso, con nient’altro che il vuoto (il non-essere) attorno a lui. Ma la sua condizione riproduce in una certa misura o richiama per certi versi l’immagine dell’essere, tanto più che è lo stesso Parmenide a insistere così tanto sulla dea Giustizia (Dike) e sui ceppi e catene con cui tiene l’essere immobile. Ci vuole coraggio e temerarietà nel proporre un avvicinamento tra il concetto più nobile e sublime che la filosofia occidentale abbia inventato, un concetto che questa filosofia ha posto per secoli e secoli come suo principio, e la condizione dei carcerati, lo strato dei colpevoli, o comunque dei condannati, della nostra società. Ma è proprio lui, il grande Parmenide, a suggerire questo paragone, a metterci su questa strada. Lui immaginava l’essere come un carcerato, noi immaginiamo i carcerati come l’essere. Il prigioniero evoca l’essere, perché a lui - incarcerato - è in gran parte sottratto il divenire (quel “nascere e morire”, di cui parlava Parmenide): non del tutto, soltanto in parte o in buona parte, a seconda dei casi e dei giudizi.

Questa - per dirla con Michel Foucault - è la pena più grande: la pena dell’anima, prima ancora che del corpo. La punizione consiste infatti nell’essere costretti all’essere, privati in buona parte del divenire. Togliere il divenire a una persona, ridurlo a essere soltanto (in misura almeno tendenziale), significa fare molto male a quella persona. In effetti, si tratta di una punizione che provoca una forte riduzione: una mutilazione non corporea, ma spirituale. In Sorvegliare e punire (1975) Foucault si era posto il problema del perché nell’ordinamento penale europeo si fosse passati dalle pene spettacolari (i supplizi dei corpi dei colpevoli) a pene apparentemente più dolci, meno crudeli e disumane, e ha dimostrato come negli Stati europei, nei secoli della modernità, la prigione venisse concepita come una pena adeguata al grado di civiltà e di progresso, di cui gli Stati andavano fieri. Ma ha pure dimostrato come si trattasse di un’illusione, tant’è vero che “la riforma della prigione è quasi contemporanea alla prigione stessa”.

È interessante seguire ancora l’argomentazione di Foucault, soprattutto quando fa notare che la pena detentiva si cala sulla persona come una “disciplina incessante”, ininterrotta e, provocandone l’isolamento e la solitudine, dimostra di avere una funzione individualizzante: all’individuo carcerato viene imposta una forma più fortemente individualizzata rispetto all’individuo libero. La prigione si configura perciò come il microcosmo di una perfetta società di individui. Si tratta - prosegue Foucault - di una “individualizzazione coercitiva”, volta a produrre individui meccanizzati.

C’è stato chi, a questo proposito, invocando una riforma delle prigioni negli anni Trenta dell’Ottocento, aveva asserito che istituire il sistema carcerario “significa creare un’esistenza contro natura, inutile e pericolosa”. La frase (di Charles Lucas, ispettore generale delle prigioni di Francia) è molto preziosa. Perché esistenza “contro natura”? Se si trattasse di individui, l’incremento di individualizzazione di cui parla Foucault non dovrebbe assumere un carattere contro-naturale. Ma forse le persone - gli umani in generale, come del resto tutti i viventi - non sono individui (entità non divisibili): sono invece condividui, componibili e divisibili nello stesso tempo. A questo punto, si capisce assai meglio l’individualizzazione coercitiva di Foucault: essa si esercita non su individui, ma su condividui a cui si toglie in misura rilevante il divenire. Il fatto è che l’idea di individuo (un’idea illusoria) è figlia dell’idea (altrettanto mitica e illusoria) dell’essere, mentre il condividuo ha a che fare con il divenire.

Il condividuo per natura diviene. La detenzione tende invece a creare degli individui, cioè appunto - come diceva l’ispettore generale delle prigioni francesi - delle esistenze contro natura. In ciò consiste la ragione più profonda di una pena che, se rispetto ai supplizi tocca meno i corpi, colpisce però la natura più intima del condividuo. Privato in buona parte del suo divenire, il condividuo è costretto ad essere, a restare uno, immobile, incatenato - per un certo numero di anni o per tutta la vita - al suo destino. Tutto ciò in linea con l’immagine carceraria dell’essere elaborata dall’antico filosofo della Magna Grecia, a cui buona parte del nostro pensiero continua tuttora a ispirarsi.

*Professore emerito di Antropologia culturale dell’Università di Torino