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La Repubblica, 4 aprile 2023

Le valutazioni e il pronunciamento del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. La pena di morte esiste ancora in tutto il mondo ed è praticata in 58 Stati: Egitto, Libia, Nigeria, Somalia, Sudan, Usa, Iran, Iraq, Giappone, Cina, Corea del Nord, Pakistan, Tailandia, Vietnam ed Emirati Arabi. “Per molti anni l’ONU si è opposta alla pena di morte in ogni circostanza”, ha detto Volker Türk, capo delle Nazioni Unite per i diritti umani. “Condivido questa posizione con la più ferma convinzione, perché è la promessa contenuta nella Carta delle Nazioni Unite sulla necessità di proteggere tutti gli esseri umani”.

Türk ha partecipato a una tavola rotonda sulla questione della pena di morte durante la cinquantaduesima sessione del Consiglio dei diritti umani a Ginevra.

Pena di morte e deterrenza del crimine. Secondo Türk, le prove suggeriscono ormai che la pena di morte ha un impatto scarso o nullo sulla deterrenza o sulla riduzione del crimine. Moltissimi studi hanno dimostrato che i Paesi che l’hanno abolita hanno visto i tassi di omicidi restare invariati o addirittura diminuire, ha aggiunto. Anzi, può contribuire alla discriminazione delle minoranze razziali, etniche, linguistiche e religiose e della comunità Lgbtiq+. La pena capitale nei Paesi che la mantengono - così come la minaccia del suo uso - può essere infatti utilizzata per scopi impropri, come infondere paura, reprimere l’opposizione e annullare il legittimo esercizio delle libertà.

Le esecuzioni in Africa. Il continente africano sta lavorando per eliminarli, ha spiegato Idrissa Sow, presidente del gruppo di lavoro sulla pena di morte, le esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie e le sparizioni forzate della Commissione africana per i diritti umani e dei popoli. I passi più significativi li hanno recentemente fatti la Repubblica Centrafricana, la Guinea Equatoriale (ex colonia portoghese, detta anche Guinea Bissau) e lo Zambia, che hanno abolito la pena capitale per tutti i tipi di reato. Secondo Idrissa Sow in Africa c’è una forte tendenza abolizionista, con ventisei paesi che hanno già scelto di eliminare la pena di morte.

La situazione in Malesia. Anche la Malesia sta lavorando per abolire le condanne a morte obbligatorie. Ma è un percorso lento e complicato dal momento che la maggior parte dei malesi ancora ritiene che la pena capitale sia un deterrente per i crimini, commenta Azalina Othman Said, Ministro della Giustizia e delle Riforme istituzionali della Malesia. Con un voto a larga maggioranza e dopo una moratoria avviata nel 2018, il parlamento nei giorni scorsi ha eliminato per alcuni reati l’obbligatorietà della pena di morte, che quindi potrà essere decisa solo con una sentenza del giudice. Attualmente nel Paese la pena capitale resta in vigore per undici crimini considerati particolarmente gravi, come l’omicidio, gli atti di terrorismo e la guerra contro la nazione. Tra l’altro in seguito alla moratoria del 2018 le esecuzioni capitali sono temporaneamente sospese e la nuova legge che elimina l’obbligatorietà avrà effetto retroattivo.

Una collaborazione internazionale contro le esecuzioni. Sarah Belal, direttrice esecutiva del Justice Project Pakistan, ritiene che i paesi dovrebbero lavorare tutti insieme per abolire la pena di morte. E riporta l’esempio del Pakistan, dove dal 2020 si è verificata una diminuzione del 15 per cento del numero di cittadini detenuti all’estero grazie ad accordi di trasferimento dei prigionieri e maggiori sforzi diplomatici per fornire assistenza ai pakistani all’estero. Questo esempio dimostra quanto un impegno strategico internazionale e nazionale possa essere utile per incoraggiare gli Stati a rispettare la dignità umana e quindi avere standard di giudizio simili anche per quanto riguarda i reati più gravi.

Lo storico voto di dicembre 2022. In Pakistan c’è una generale tendenza, supportata dall’opinione pubblica, verso l’abolizione della pena capitale. Ma il grande paese asiatico non è solo nella rivalutazione delle possibilità di fare giustizia. A dicembre 2022 c’è stato un voto storico all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove 125 paesi si sono espressi a favore di una moratoria universale contro la pena capitale. Gli Stati Uniti hanno votato contro, insieme all’Iran, alla Cina, al Vietnam, alla Corea del Nord, all’Arabia Saudita, all’Iraq e ad altri 30 Paesi, mentre in 22 si sono astenuti. Il sostegno a una moratoria globale delle esecuzioni ha superato il precedente record di 120 nazioni a favore raggiunto nel 2018 e confermato nel 2020. Nel novembre 2020, infatti, 120 stati hanno sostenuto la risoluzione, 39 si sono opposti e 24 si sono astenuti.