di Anna Mastromarino
linkiesta.it, 26 giugno 2025
Il disegno di legge presentato dal governo per modificare l’assetto del potere giudiziario accentrerebbe il potere dei pubblici ministeri nelle mani dell’esecutivo. Ma la nostra Costituzione è pensata in opposizione a qualunque forma di concentrazione del potere. Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla questione mediorientale, nel nostro Parlamento è approdato per la seconda deliberazione il disegno di legge costituzionale intitolato “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. Di cosa si tratta? Riformulo: nei giorni scorsi è approdato in Parlamento per essere votato per la seconda volta, come prescrive la Costituzione, il disegno di legge presentato dal governo per modificare l’assetto del potere giudiziario in Italia.
Cose già viste e sentite, dunque. Di riformare la giustizia, separare le carriere dei magistrati, porre un freno all’attivismo giudiziario è una vita che se ne parla. Nulla di nuovo. Anzi: che una volta per tutte si intervenga, dato che, per quel che si vede, ce n’è bisogno. Vi lascerò alle vostre convinzioni, se lo desiderate. Ma prima permettetemi di condividere poche riflessioni, tanto per illuminare qualche aspetto troppo spesso lasciato in ombra nella narrazione degli ultimi mesi. Vorrei prima di tutto invitare a guardare a questa proposta di riforma dall’alto: guardarla dall’alto significa potersi fare un’idea del panorama che la circonda. Osservare tutta la scena e non solo qualche particolare.
Intanto, in cerca del miglior punto di osservazione, facciamo un passo indietro, tornando a qualche anno fa, al clamore e movimento di masse provocato dall’avvio di processi di riforma massiccia della Costituzione. Roberto Calderoli, Matteo Renzi, Maria Elena Boschi: tutti nomi definitivamente legati nella nostra mente a tentativi di modifica profonda del nostro assetto costituzionale, bloccati a suon di “giù le mani dalla Carta più bella del mondo”.
Oggi, a differenza di allora, se tendiamo l’orecchio non sentiamo nessun vociare. Forse la tensione internazionale ci sta distraendo. O forse non percepiamo l’entità di ciò che sta succedendo sul piano costituzionale nel nostro Paese. La riforma complessiva di tanti articoli della Costituzione negli anni scorsi ci aveva fatto paura ed eravamo stati tutti pronti a sollevare barricate a difesa della Carta. Cosa è cambiato? Chi l’ha detto, in effetti, che questa volta l’intervento è davvero chirurgico e le novità contenute? L’importanza degli articoli costituzionali non si misura un tanto al chilo.
E poi gli interventi minimi sulla Costituzione sono davvero sempre innocui? Da qui l’importanza di osservare dall’alto. Facendolo, scopriremo che, avendo imparato dagli sbagli commessi in passato da altri, il governo ha capito che anziché presentare un unico disegno di riforma sarebbe stato più opportuno al raggiungimento dei suoi obiettivi spezzettare l’operazione, presentare più leggi costituzionali, approvare atti normativi per preparare la strada del cambiamento, fare piano piano a pezzi la Costituzione, agendo tanto sul testo che nel contesto.
Lo sguardo dall’alto ci permette, quindi, di renderci conto che quello sul potere giudiziario non è un intervento di chirurgia costituzionale, bensì uno squarcio che potrebbe facilmente degenerare in cancrena. Deve essere preso in considerazione, infatti, insieme ad altre incisioni sul tessuto della Costituzione cui assistiamo quasi impotenti: una scellerata attuazione del regionalismo differenziato (nel frattempo disinnescata dalla Corte costituzionale, ma formalmente ancora lì), la presentazione del testo per introdurre in Italia il cosiddetto premierato, ossia l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, l’approvazione del decreto legge denominato Sicurezza oggi convertito in legge.
Vista dall’alto l’immagine si fa nitida (e un po’ più inquietante) e si capiscono più cose. Potrebbe così venire la voglia di andare un po’ oltre le frasi fatte che tendono a descrivere questo progetto di riforma come qualcosa che tutto sommato non altera molto lo scenario, che in fondo era necessario e che tra l’altro era annunciato da tempo. Andare oltre significa, infatti, accorgersi prima di tutto che c’è una distanza abissale tra quanto dichiarato e quanto si intende fare. In gioco non c’è la solita questione della separazione delle carriere (del resto già ampiamente risolta dai precedenti interventi legislativi come dimostra il numero irrisorio di passaggi dalla funzione giudicante a quella requirente e viceversa).
Lo scopo della riforma è un altro: separare gli ordini, ossia separare tutto il corpo dei giudici dai pubblici ministeri per portare questi ultimi sotto il controllo del Ministero della Giustizia. Altro che carriere, altro che funzioni. E che problema c’è? Dirà qualcuno. In altri Paesi già è così, dopotutto. Ma i Paesi in cui i magistrati requirenti dipendono dell’esecutivo hanno previsto una serie di altri strumenti di indipendenza del pubblico ministero e garanzia per il cittadino che il nostro governo, con questa riforma adottata agendo nell’ambiguità, non ha minimamente immaginato di adottare.
Risultato? Un pubblico ministero che negli ultimi anni ha già visto crescere i suoi poteri e che si vuole slegato dalla cultura garantista condivisa con il resto della magistratura, libero di muoversi in un sistema in cui il diritto penale cresce a dismisura e in cui pare che l’inasprimento delle pene e l’introduzione di nuove fattispecie di reato siano l’unica via considerata efficace per farci sentire più sicuri; un pubblico ministero che risponde a un governo a capo del quale si vuole far eleggere direttamente un capo che non condivide il potere con nessuno, che non risponde a nessuno, che non deve condividere le sue decisioni con nessuno.
Vista in quest’ottica credo che la riforma del potere giudiziario, che presto potrebbe essere approvata dalle Camere, acquisti un peso diverso e per questo dobbiamo restare vigili. Molto probabilmente, infatti, non riuscendo a raggiungere in Parlamento una maggioranza qualificata di voti a sostegno, come elettori saremo chiamati a esprimere il nostro parere attraverso un referendum. Vale la pena iniziare a informarci per non essere tirati per la giacchetta da chi ci vuole convincere che una riforma è necessaria e da chi, in nome della Costituzione più bella del mondo, di cambiare la nostra Carta non ne vuole sapere.
Esiste, infatti, una terza via. Quella che anche i nostri costituenti consideravano adeguata visto che ci hanno fornito un procedimento per cambiare la Carta, insieme a un libretto di istruzioni di valori per sapere come procedere. Sbaglia chi dice che basta seguire le procedure e tutto si può fare; sbaglia anche chi, proprio per paura di sbagliare, preferisce pietrificarsi nell’immobilismo.
La Costituzione non è un testo sacro. È un corpo vivente animato dall’interpretazione che garantisce la sua persistenza nel tempo, adeguandola al cambiare del tempo, senza però venir meno a quell’idea e a quei principi che hanno guidato la sua scrittura e che ancora ci mostrano chi siamo stati e chi possiamo diventare. È vero che l’identità costituzionale è per natura cangiante, destinata a modificarsi perché frutto di continui rimaneggiamenti, adattamenti, ripensamenti, ma è anche vero che durante la sua evoluzione nel tempo, il dna di un essere resta uguale. E nel nostro dna costituzionale c’è lo stato di diritto che vuol dire protezione della dignità umana, tutela delle minoranze, opposizione a qualunque forma di concentrazione del potere, libera manifestazione del pensiero.
Allora, avanti: ragioniamo pure di riforme costituzionali, perché modificare la Carta è possibile, ma facciamolo a patto di sapere dove vogliamo andare e soprattutto chi siamo e da dove siamo partiti. Solo così potremmo non perderci o non perdere noi stessi. Non credo affatto che questo pacchetto di riforme costituzionali in discussione in Parlamento siano animate da questo spirito.











