di Bernardo Parrella
Il Manifesto, 29 aprile 2026
“La manovra odierna dichiara che quei prodotti a base di marijuana terapeutica già autorizzati dai singoli Stati d’ora in poi rientreranno della Tabella III, e prevediamo che la ricerca aumenti in maniera significa per capire meglio come guidare pazienti e medici in questo percorso. Ulteriori interventi sono previsti per quest’estate, con un’audizione amministrativa accelerata da parte del ministero di Giustizia affinché la marijuana passi completamente dalla Tabella I alla III”. Questa la dichiarazione di Heidi Overton, vice-direttrice del Domestic Policy Council della Casa Bianca, nel corso della recente cerimonia nello Studio Ovale in cui Trump ha firmato il decreto che avvia questo percorso di minima riclassificazione da estendere all’intero territorio statunitense. Chiariscono però le stesse autorità: “Quest’ordine dall’effetto immediato non legalizza la marijuana. Rende più facile per i ricercatori studiare e comprendere effettivamente le sue proprietà terapeutiche, soprattutto tra coloro che già ne fanno uso a tale scopo”.
La Tabella I include sostanze con alto potenziale di abuso, nessun valore terapeutico riconosciuto e a rischio dipendenza senza supervisione medica, includendo oppiacei, certi stimolanti, psichedelici. Nella Tabella III rientrano invece sostanze quali barbiturici, narcotici e steroidi, cioè con ridotto potenziale di abuso, uso medico accettato e basso rischio di dipendenza. La procedura di revisione generale della cannabis è già in calendario per il prossimo 29 giugno, per chiudersi “non oltre il 15 luglio”. Si porterà così a conclusione il percorso amministrativo avviato sotto la presidenza Biden nell’ottobre 2022, riconoscendone il basso potenziale di abuso e citando oltre 30.000 professionisti sanitari che la raccomandavano a più di sei milioni di pazienti per almeno 15 condizioni mediche.
Tuttavia, anche con la riclassificazione completa in Tabella III, la cannabis rimarrà proibita a livello federale. Né la si potrà trasportare da uno Stato all’altro. Verranno piuttosto azzerate alcune barriere burocratiche per la ricerca scientifica e al contempo le aziende di cannabis medica, già attive e autorizzate dai vari Stati, potranno usufruire di detrazioni e agevolazioni fiscali federali attualmente escluse. Se lo vorranno, tali aziende potranno seguire un ulteriore “processo di revisione accelerata” per ottenere la registrazione come produttore, distributore o rivenditore di marijuana a tutti gli effetti, rimanendo comunque sotto la giurisdizione della Dea. Sarà infatti sempre l’agenzia repressiva a gestire l’intero scenario, confermando che questo ritocco, ben lungi dall’affermare la fine della war on drugs, non è altro che un passo pragmatico dovuto a una certa pressione popolare e teso ad agevolare l’imprenditoria.
Tutt’altra cosa da quanto previsto nel Marijuana Opportunity Reinvestment and Expungement (More) Act - approvato due volte alla Camera in passato ma rimasto nel cassetto per via della nuova maggioranza repubblicana, e ora ufficialmente sponsorizzato da 65 deputati dem: “detabellizzazione” piena e totale, amnistia per alcune condanne federali non violente, nuove sentenze per certi reati e programmi di reinvestimento volti a sostenere le comunità maggiormente colpite dal proibizionismo. Proposta tutt’ora silenziata, in attesa dell’auspicato ribaltamento dem alle prossime elezioni di midterm. Questa manovrina sulla cannabis si limita a confermare la preferenza di Trump per la flebile scorciatoia dell’ordine esecutivo, evitando così ogni discussione in aula e ancor più il relativo dibattito pubblico. E ne chiarisce l’obiettivo di fondo: risalire dall’approvazione popolare ai minimi storici e conquistare voti tra giovani, imprenditori e libertari in vista della cruciale tornata di novembre.











