di Giorgio Merlo
Il Riformista, 8 aprile 2026
Tra le molte cose che si potrebbero elencare e dire dopo il voto di domenica e lunedì, ci sono due elementi che emergono in modo netto, chiaro ed inequivoco. Il primo è la netta vittoria politica ed elettorale dei magistrati. E, nello specifico, dell’Anm. Un dato, questo, che parla da solo e che non merita neanche di essere eccessivamente approfondito e sviscerato talmente è evidente. Del resto, proprio l’Anm è stata in prima linea in questa campagna elettorale e, di conseguenza, ha giocato un ruolo politico decisivo e determinante rispetto al voto finale. Un ruolo che ha portato la stragrande maggioranza dei magistrati ad essere la leva aggregante attorno alla quale si è ricompattato lo schieramento della sinistra italiana nelle sue diverse e multiformi espressioni.
E cioè, dalla sinistra radicale alla sinistra massimalista, dalla sinistra populista a quella televisiva, dalla sinistra accademica ed universitaria a quella artistica, dalla sinistra sindacale a quella della carta stampata. Le forze centriste e moderate, come ben sappiamo, non possono essere conteggiate perché avevano dichiarato pubblicamente che votavano Sì.
Il secondo dato, altrettanto inconfutabile perchè oggettivo, è quello che dopo il responso elettorale di lunedì ogni ipotesi di riforma della giustizia nel nostro paese è definitivamente ed irreversibilmente archiviata. È, questo, un fatto che storicamente ha quasi sempre caratterizzato la politica italiana. A cominciare dall’esperienza cinquantennale della Democrazia Cristiana. Un filo rosso che si è rafforzato e consolidato dopo l’avvio della seconda repubblica e per svariate motivazioni. E, su tutte, per l’indubbio ed oggettivo ruolo politico assunto dalla magistratura italiana. Ma, al di là di questa osservazione, alquanto scontata perché nota a tutti, è altrettanto indubbio che d’ora in poi il pianeta giustizia resta semplicemente irriformabile.
E questo vale sia per chi condivide l’attuale funzionamento della giustizia italiana e sia per chi nutre delle diffidenze o evidenzia criticità. Perché, ed è persino inutile ricordarlo, qualsiasi ipotesi di riforma d’ora in poi può decollare solo se avrà il timbro, la condivisione e l’avallo della magistratura associata. Ci vuole poco per capire che non cambierà più nulla. Piaccia o non o piaccia questa è la concreta situazione. Al di là e al di fuori di ciò che dicono, fanno o propongono i partiti e i rispettivi schieramenti.
In ultimo, e a margine di queste considerazioni peraltro oggettive e del tutto realistiche, è altrettanto vero che d’ora in poi la radicalizzazione del conflitto politico nel nostro paese farà un salto di qualità. Una radicalizzazione che ridurrà il confronto politico, ci vuole poco per capirlo, ad uno scontro ideologico continuo e permanente, ad una volontà di criminalizzare politicamente il nemico e, soprattutto, ad una polarizzazione ideologica che rischia di indebolire la qualità della nostra democrazia e la stessa credibilità delle istituzioni democratiche. Ma, purtroppo o per fortuna, per dirla con Aldo Moro, “si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con le sue difficoltà”.











