di Filippo Barbera
Il Manifesto, 3 luglio 2025
Alla domanda se accorciare i tempi per chiedere la cittadinanza italiana, il 34,66% degli elettori (che pure sono rimasti sotto il quorum di validità) ha risposto di No. La “nostra gente” ha votato così, dobbiamo spiegare alla “nostra gente” che si tratta delle vite delle persone, è stato detto all’indomani del voto. Certo, “spiegare” va sempre bene. Del resto, la posta in gioco era stata abbondantemente spiegata. La legge attuale da abrogare non è neutrale: frena, penalizza, esclude, blocca. Cambiarla non significava fare un favore o elargire un privilegio, ma rimuovere un ostacolo inutile e ingiusto che crea “italiani a metà”. Perché non è stato sufficiente?
Abbiamo messo da parte troppo presto il risultato del quinto quesito nel referendum di un mese fa. Alla domanda se accorciare i tempi per chiedere la cittadinanza italiana, il 34,66% degli elettori (che pure sono rimasti sotto il quorum di validità) ha risposto di No. Una percentuale tripla rispetto agli altri quesiti, tutti sul lavoro. Una stessa “popolazione” di votanti in sostanza ha scelto di dire No sulla cittadinanza e Sì sul lavoro.
Le classi sociali più avvantaggiate hanno prevalentemente votato Sì, mentre i segmenti più vulnerabili ed economicamente svantaggiati hanno mostrato una maggiore contrarietà. Dal punto di vista territoriale, il Nord/Centro mostra maggiore favore al Sì anche sul quinto quesito (circa 64-66% Sì), mentre al Sud il No supera ampiamente il 35%. Un dato significativo viene dal voto degli italiani all’estero, dove sul quinto quesito il No ha toccato il 36-39% rispetto a circa il 14% sui primi quattro. Secondo l’analisi dell’istituto Cattaneo pubblicata all’indomani del referendum, tra il 15-20% degli elettori del Pd alle Europee 2024 ha votato No sul quesito cittadinanza. Anche molti elettori del M5S si sono mostrati contrari al quinto quesito, come in parte atteso.
La “nostra gente” ha votato così, dobbiamo spiegare alla “nostra gente” che si tratta delle vite delle persone, è stato detto all’indomani del voto. Certo, “spiegare” va sempre bene. Del resto, la posta in gioco era stata abbondantemente spiegata. La legge attuale da abrogare non è neutrale: frena, penalizza, esclude, blocca. Cambiarla non significava fare un favore o elargire un privilegio, ma rimuovere un ostacolo inutile e ingiusto che crea “italiani a metà”. Perché non è stato sufficiente?
Gli italiani sono un popolo affetto da “pigrizia morale”, sosteneva Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere. Un atteggiamento diffuso di passività etica e conformismo che porta ad accettare l’esistente così com’è. È, questo, l’atteggiamento di chi rinuncia all’elaborazione autonoma di un punto di vista, adattandosi a idee dominanti o semplicemente abituali senza interrogarsi sulle loro origini e implicazioni. Gramsci associava la pigrizia morale alla subalternità culturale delle classi subalterne, alla mancanza di una “rivoluzione intellettuale e morale” e alla funzione ideologica degli apparati dello Stato che mantengono l’ordine esistente attraverso il consenso passivo della società civile. Effettivamente, durante la campagna referendaria gli apparati di Stato si sono dati abbondantemente da fare, la voce della società civile è rimasta isolata e ha vinto l’inerzia della pigrizia morale.
Del resto, sarebbe molto parziale e politicamente inutile attribuire la pigrizia morale a una sorta di sindrome culturale o alla generica “mancanza di valori”. La pigra disattenzione per i bisogni della popolazione di origine straniera, deriva piuttosto dalla penuria di occasioni di interazione quotidiana positiva tra italiani e stranieri. È l’assenza di relazioni sociali e la mancanza di scambi mutualmente vantaggiosi che lascia spazio alla pigrizia morale. Lo sostiene la cosiddetta “teoria del contatto”, quando afferma che l’interazione diretta tra membri di gruppi diversi può ridurre i pregiudizi a condizione che ciò avvenga in un contesto caratterizzato da sostanziale equivalenza di status tra i gruppi, presenza di obiettivi comuni da raggiungere insieme, possibilità di cooperazione reciproca e chiaro sostegno istituzionale. Ciò si traduce nell’idea che incontri regolari, strutturati e cooperativi tra autoctoni e persone migranti possano ridurre ostilità, stereotipi e discriminazioni.
In Italia, invece, le persone migranti sono di fatto escluse dalla possibilità di accedere a posizioni occupazionali di ceto medio, vivono spesso in contesti spazialmente segregati e i ruoli sociali a loro disposizione sono ben lontani dalle condizioni necessarie per avviare contatti positivi con gli autoctoni. Si crea così una consuetudine collettiva nel considerare queste persone come “naturalmente” destinate a una cittadinanza di serie B. Per questo servirebbe combattere la segregazione residenziale, costruire scuole più inclusive, promuovere buona occupazione, attuare programmi che coinvolgano migranti e nativi in attività sociali condivise, costruire spazi pubblici e culturali per le persone-nei-luoghi. La concorrenza per risorse scarse, l’assenza di occasioni di interazione virtuosa, la segregazione occupazionale e insediativa e le barriere alla mobilità sociale spalancano la porta alla pigrizia morale e, per questo, “spiegare alla nostra gente” non è bastato prima e non sarà sufficiente ora.











