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di Francesca Angeleri

Corriere della Sera, 24 aprile 2022

“Non sottovalutiamo le vie sottili. I tibetani dicono che il mondo si tiene in equilibrio perché, nascosti tra le montagne del Tibet, vi sono degli eremiti che recitano preghiere e mantra. Inviare il bene, pregare, sono atti che possono ristabilire gli equilibri. Non dovremmo mai stancarci di fare queste azioni né sminuirle”.

Chandra Livia Candiani sarà oggi la protagonista, dalle 14.30 alle 16, della sezione L’anello forte sul palcoscenico della prima edizione delle quattro giornate dal titolo Per le Resistenze organizzate dalla Fondazione Nuto Revelli nella Borgata Paraloup, villaggio della Valle Stura in cui si costituì la banda Italia Libera e che ora ospita un centro culturale a 1.400 metri di quota. Volontà della Fondazione è quella di riflettere sulle nuove Resistenze attraverso i tre temi cui Revelli dedicò la vita dopo la guerra e l’esperienza partigiana: il mondo dei vinti, l’anello forte, i giovani.

Candiani, lei non partecipa a molti eventi in pubblico. Che differenza c’è con Paraloup?

“Solitamente mi stanco molto. Credo di dire tutto ciò che è per me importante nei miei libri. A Paraloup mi trovo volentieri perché sento la storia di questo posto, la fatica del lavoro e lo sforzo per farlo tornare vivo. Sento anche l’attenzione verso l’ambiente che mi tocca molto. Mentre infuria la guerra, il pianeta continua a scaldarsi ed è un’altra distruzione, quella delle piante, degli animali”.

La poesia è Resistenza?

“Spero proprio di si. La poesia in sé mantiene viva la vita. Tenere viva la memoria è poesia, saper cucire la propria storia e quella del mondo è poesia. Mantenere acceso il pensiero che non fa addormentare e risveglia gli esseri umani è essenza sia della poesia che della resistenza che della ribellione”.

Oggi cos’è Resistenza?

“Nel caso di questa guerra tanto vicina, la resistenza è salvare la democrazia con tutte le ambiguità e le ombre che si porta dietro. Non permettere che venga stravolta la propria identità di popolo. Il fatto che un Paese conservi ancora il concetto di popolo è una cosa grande e non so se noi ce l’abbiamo ancora”.

Ribellione e resistenza. Che differenza c’è?

“La ribellione si trova su un piano individuale. Per me è un compito quotidiano quello di non sottostare a convinzioni che ci tengono addormentati. La prima cosa che muore in guerra è la verità”.

Mentre la resistenza?

“Si organizza tra tanti che decidono di resistere ai tiranni, ai soprusi, al venire sterminati in quanto considerati diversi. Secondo me si parla pochissimo di giustizia e troppo di pace. Pace è un concetto astratto che non vale niente di per sé se non vi è giustizia. È come una sorta di anestesia”.

In che posizione si può porre oggi il pacifismo e come si ritrova lei?

“Non lo so, sono in un momento in cui sono vacillante. Certamente sono per la pace, questa è la mia posizione ma sento che non riesco a stare a guardare il massacro di un popolo. Lo dico a titolo personale perché non rappresento nulla in questo momento né la poesia né il buddismo. I miei valori sono quelli della non violenza. Dove si può. Altrimenti diventa passività”.

Ci si può sentire dalla parte giusta?

“Non so veramente quale sia, il mondo sta crollando da tempo: quante guerre c’erano e fingevamo non stesse accadendo niente? Rispondo a ciò che accade momento per momento, anche l’ambivalenza è una posizione. Vorrei che si fermasse l’eccidio, anche quello dei russi. Ma come? Sono una cittadina qualunque di questo mondo smarrito”.

Questo turbamento stimola la scrittura?

“Io attendo le parole. Non mi occupo dell’attualità, lascio che diventi storia, almeno dentro di me. Permetto che ciò che accade risuoni, rimbombi in me. Sono nate un paio di poesie sulla guerra. Mi auguro che possano alzarsi e confondere i tiranni”.