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di Francesco Palazzo*

Il Dubbio, 19 settembre 2026

È incontestabile che la politica penale, e quella carceraria in particolare, è un comparto non indifferente della politica generale. Con la conseguenza che, se non si modificano le coordinate generali della politica, sarà difficile mutare la politica carceraria e l’esecuzione penitenziaria. Troppo noi abbiamo ceduto ai valori dell’individualismo anche edonistico, lasciando in ombra il solidarismo che costituisce il grande messaggio innovativo contenuto nella Costituzione. Tra i grandi della Terra solo Papa Bergoglio ebbe il coraggio, in particolare con i suoi ben sedici interventi proprio sul carcere, di rinnovare e attualizzare potentemente quel messaggio destinato a credenti e non credenti.

C’è poi un’altra premessa necessaria per tentare di riparare al disastro. Vorrei permettermi a questo proposito un’accorata esortazione alla politica: abbia coraggio! Abbia il coraggio di abbandonare il metodo di governo fondato sulla paura! È un metodo che forse può portare qualche immediato vantaggio elettorale ma che alla lunga sfibra la società allentando i legami sociali e indebolendo le istituzioni democratiche: specialmente nel mondo carcerario ma anche altrove può generare polveriere di rabbia che rischiano di esplodere travolgendo quegli stessi irresponsabili nuovi apprendisti stregoni che le hanno alimentate.

Coraggio significa abbandonare l’angusta prospettiva delle soluzioni emergenziali, come giustamente ammonisce l’UCPI. Che si tratti di auspicabili, quanto improbabili, provvedimenti di clemenza generale o di pur coraggiosi e illuminati interventi della Corte costituzionale, non bastano più dinanzi al disastro in atto. Al punto in cui si è incancrenita la “questione penitenziaria” è necessaria una radicale e coraggiosa svolta culturale. È giunto il momento di rimettere al primo posto il principio di umanità della pena, che è per sua natura da anteporre allo stesso principio rieducativo. Prima viene il divieto di pene inumane, che è un limite assoluto ed inderogabile; poi viene la rieducazione, che può anche sopportare equilibrati bilanciamenti nel quadro della mai rifiutata concezione polifunzionale della pena.

Nonostante i suoi enormi meriti storici, è però innegabile che il principio rieducativo, nelle mani del legislatore, abbia ben spesso svolto un ruolo ambiguo, essendo stato utilizzato, con una buona dose di ipocrisia, anche in senso deflativo e indulgenziale, senza però nel contempo riuscire a salvaguardare l’umanità della pena e la dignità della sua esecuzione. Dunque, priorità al principio di umanità! E sua centralità nella politica delle riforme del sistema. Non è conforme al principio di umanità il fatto che alla legittima ricerca di un sempre maggiore benessere nella vita libera corrisponda la tacita accettazione, se non il deliberato perseguimento, di condizioni carcerarie sempre più dure. E sul punto ci sarebbe molto da dire anche in termini di psicologia sociale. Ma soprattutto deve scandalizzare la piaga drammatica dei suicidi in carcere; ai quali vanno aggiunti gli atti di autolesionismo e le morti per malattie contratte o non curate in carcere. Impressionante soprattutto è il rapporto differenziale tra il tasso dei suicidi in carcere e quello nella vita libera: c’è chi lo quantifica in 1 a 18 e chi arriva a calcolarlo in un rapporto superiore a 20. Ciò significa nella sostanza che lo Stato diventa carnefice: dispensatore di una morte per così dire “indiretta” ma che a ben vedere è più crudele e più illegittima di quanto sarebbe la morte come pena “diretta” e “formale”. E ciò perché la morte dispensata in questo modo obliquo finisce per essere riservata ai soggetti più deboli e vulnerabili, aggiungendo ingiustizia a ingiustizia. Eppure sembra quasi che quello dei suicidi sia da accettare come un prezzo fisiologico del sistema carcerario.

Il principio di umanità indirizza poi verso concrete scelte di politica carceraria, che rappresentano altrettanti adempimenti costituzionalmente cogenti per il legislatore e per l’amministrazione. Innanzitutto, esso dovrebbe ispirare l’uno e l’altra nella formulazione e attuazione della disciplina dell’universo penitenziario in tutti i suoi risvolti significativi, senza lasciare margini di discrezionalità negli spazi più sensibili della vita carceraria. In secondo luogo, è proprio il principio di umanità, prima ancora delle esigenze di deflazione carceraria, a imporre una politica di decarcerazione reale ed effettiva in quanto fondata sulla eliminazione edittale delle pene carcerarie brevi da sostituire già in astratto con pene alternative non perciò meno efficaci. In questo modo sarebbe ridotto il tasso complessivo di disumanità di un sistema tutto incentrato su una pena intrinsecamente violenta e dunque ontologicamente disumana com’è quella carceraria. In terzo luogo, il principio di umanità dovrebbe indirizzare il legislatore verso una marcata differenziazione delle modalità esecutive della pena carceraria in relazione alla diversa e maggiore vulnerabilità che alcuni soggetti presentano per condizioni personali soggettive o sociali. In effetti, la particolare vulnerabilità finisce per produrre nei loro confronti una ingiustificata eccedenza afflittiva della pena, che si pone in tensione sia col principio di eguaglianza sia con quello di proporzionalità in concreto della pena. Indubbiamente, un piano di riforme che rimetta al primo posto il sommo principio di umanità e da esso sappia cogliere tutte le implicazioni che ne discendono presuppone, oltre ad una svolta culturale, una politica che abbia il coraggio di andare al di là del ristretto orizzonte della paura e del suo facile (mal-)governo.

*Emerito di diritto penale Università di Firenze