sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Tommaso Nannicini*

 

Il Foglio, 13 aprile 2020

 

Immaginare bisogni, prevedere strumenti, liberare soluzioni: le task force non bastano. Occorre un piano d'uscita dall'emergenza. Idee per il lavoro e le imprese, la tutela dei più deboli, il benessere e la sicurezza di tutti nella fase della transizione.

La pandemia ci ha colti impreparati. È comprensibile. Ma non sarebbe comprensibile (e neanche giustificabile) se la transizione per uscire dall'emergenza legata alla pandemia ci cogliesse impreparati. Sarà una transizione lunga, necessariamente graduale. Il mondo nuovo che si aprirà dopo sarà diverso da quello di prima: navigare a vista "durante" questa transizione in attesa del "dopo", senza pianificare con cura come arrivarci, senza prepararci a quello che ci servirà quando raggiungeremo una nuova normalità, sarebbe un crimine. Questo intervento, un po' lungo vi avverto, è un appello a tutti noi, ognuno per il suo carico di responsabilità, perché nessuno si macchi di questo crimine. A costo di rovinare il finale, anticipo che le task force non bastano, serve la politica.

Pianificare la transizione - Il punto di partenza deve essere un messaggio di verità: la transizione sarà lunga. Durerà almeno dodici mesi, durante i quali torneremo a vivere (e a lavorare) ma non torneremo alla normalità. Non si riavvia un sistema economico e sociale pigiando un bottone. E per un po' dovremo convivere con il virus, finché non ci sarà un vaccino approvato e dato a tutti, o una massa sufficiente di immunizzati. Non c'è nessun derby tra salute ed economia, perché un nuovo picco del contagio in autunno significherebbe assestare un colpo mortale a lavoro e produzione. Come prima cosa c'è da realizzare un sistema per testare e tracciare contagiati e immunizzati. Stabilendo un protocollo di interventi decisi dall'alto, ma decentrati e precisi nella capacità di esecuzione.

La seconda cosa da dire con chiarezza è che nella fase di transizione lo stato dovrà fare molte cose. Dovrà prendere per noi - e, ricordiamoglielo, con noi - cinque decisioni fondamentali: (1) chi lavora; (2) come si lavora; (3) dove si vive; (4) come ci si muove; (5) come tutti arrivano alla fine del mese, anche se non possono lavorare o lo possono fare solo in parte. Ci piaccia o no, l'intervento dello stato sarà invasivo. Anche se per un economista dire quello che sto per dire è tanto faticoso quanto per Fonzie dire "ho sbagliato", il punto cruciale è che i prezzi e gli altri segnali di mercato non garantiranno un'efficiente allocazione delle risorse, finché non torneremo a una nuova normalità. Ma proprio perché l'intervento dello stato sarà invasivo, dobbiamo avere un'ossessione: che sia semplice, trasparente e innovativo. Le ricette del passato buttiamole nel cestino. Non serviranno. Dobbiamo individuare ricette nuove, dividendole chiaramente in due gruppi: quelle "emergenziali", che spariranno un minuto dopo finita la transizione, e quelle "strutturali", che ci renderanno più forti per affrontare il dopo. Non solo: affidarsi all'intervento pubblico non vuol dire piombare nel dirigismo. Il governo coinvolga Parlamento e parti sociali, attivi energie e competenze esterne. La sussidiarietà sia un mantra. Meno regioni, più comuni. Meno burocrazia, più patronati e terzo settore.

Ripeto: non possiamo navigare a vista, con un Dpcm alla settimana e un decreto al mese. Non basta dire che faremo "tutto quello che servirà", dobbiamo spiegare "cosa" e soprattutto "quanto" servirà. Non dobbiamo annunciare solo numeri, ma immaginare bisogni, prevedere strumenti, liberare soluzioni. Dobbiamo, in una parola, pianificare la transizione. In maniera flessibile, per carità. La situazione è così eccezionale che ci saranno tentativi, e ci saranno errori. Ma per fare i tentativi utili e riconoscere gli errori giusti, serve un piano. Serve una bussola.

Quale metodo, quali competenze - La politica e la macchina pubblica del nostro paese sono pronte a un compito così enorme? È inutile girarci intorno: la risposta è "no". La politica è debole, bloccata da equilibri precari, depauperata di esperienze e competenze, avviluppata in giochi di ruolo per affermare leadership o piccoli potentati. I nostri limiti strutturali, però, non sono un motivo per non far niente. Anzi. Dobbiamo cogliere al balzo l'occasione per superarli con un doppio salto mortale.

Nell'emergenza tutti ci siamo accorti dell'importanza di affidarci agli esperti, soprattutto epidemiologi, medici e Protezione civile. Servono anche altre competenze: economisti, scienziati sociali, costituzionalisti, esperti di management, organizzazione del lavoro, logistica, amministrazioni pubbliche. Ma gli esperti devono aiutare la politica, non possono sostituirla, e perché questo avvenga la politica deve saperli scegliere e inserire in un processo che preveda tempi, obiettivi e responsabilità.

Propongo un metodo fatto di tre passaggi. Primo. Il governo individua un "piano per la transizione" anche grazie a un confronto con parti sociali e terzo settore (ascoltando tutti senza assegnare poteri di veto). Secondo. Il governo presenta e discute il piano in Parlamento, ricevendo da quest'ultimo un mandato politico a realizzarlo (tra parentesi, il governo dovrebbe smetterla di venire in Parlamento solo per "informare" su cosa ha già fatto, quello si può scoprire da Facebook, il Parlamento deve votare atti di indirizzo precisi, così funziona una democrazia liberale). Terzo. È solo a questo punto, a valle e non a monte, che si attivano competenze esterne e si co-progettano gli interventi con enti decentrati, parti sociali e società civile (esperti, rappresentanti delle imprese, sindacati dei lavoratori, terzo settore, scuola e università, regioni, comuni). All'interno di un percorso definito dove si attivano non una ma tante cabine di regia, ognuna delle quali è chiamata a liberare soluzioni per realizzare i tasselli del piano.

Qualcuno obietterà: non c'è tempo, dobbiamo andare veloci. È il contrario, senza un metodo si procede a tastoni e si rallenta. E dire che non c'è tempo per procedere con ordine implica quattro cose, tutte pericolose: i) accentrare il potere, privando cittadini e politica del confronto e dell'informazione; ii) disperdere energie su misure di dettaglio, perdendo di vista il disegno; iii) non selezionare correttamente le persone di cui si ha bisogno; iv) ritardare il momento del confronto con la responsabilità e alimentare la conflittualità con parti sociali, enti territoriali e cittadini.

Le scelte da fare "durante" - Ma in che cosa dovrebbe consistere il piano di cui parlo? Faccio qualche esempio, così ci capiamo. Il governo deve pensare a "come" riaprire, non "quando", in modo da pianificare le cinque decisioni fondamentali elencate sopra per la fase di transizione. Sciogliendo i nodi di fondo e affidando i dettagli operativi ad altrettante task force.

(1) Chi lavora.

Chi torna per primo a lavorare? Giovanni Cagnoli sul Corsera e Andrea Ichino e altri su Vox.eu hanno proposto di far ripartire i giovani su base volontaria, perché sono quelli meno esposti al rischio (anche se l'esposizione non è nulla), e alcuni settori strategici individuati con dati intelligenti (non con una lista di codici Ateco, ormai obsoleti da decenni). I giovani economisti di Tortuga hanno proposto di usare i sistemi locali del lavoro Istat e i dati sulla mobilità telefonica per individuare aree da aprire e chiudere a fasi scaglionate. La scelta finale non potrà che usare un mix di questi criteri: età anagrafica; filiera produttiva; collocazione geografica; stato immunologico.

Chi tornerà a lavorare per primo dovrà farlo in sicurezza. Servono protocolli aggiornati e crediti d'imposta per tutte le spese che permettano di ripensare spazi e organizzazione dei processi produttivi. Non ci si può affidare allo spontaneismo dal basso senza un forte indirizzo e coordinamento dall'alto, altrimenti la conflittualità tra aziende e lavoratori potrebbe inceppare la transizione. Per farlo, servono controlli. E servono soldi: gli ispettori del lavoro e le Asl non hanno le risorse umane necessarie per un compito così imponente,

(2) Come si lavora.

Se in un nucleo familiare alcune persone tornano a lavorare prima di altre, dobbiamo fare in modo che abbiano a disposizione soluzioni abitative a carico dello stato per non esporre al rischio di contagio i propri familiari. Serviranno, di nuovo, risorse e un protocollo con alberghi e piattaforme digitali per intermediare velocemente domanda e offerta. E serviranno soldi per testare e tracciare le persone che riprendono a muoversi.

(3) Dove si vive. (4) Come ci si muove.

Il settore dei trasporti e della logistica acquisteranno un ruolo ancor più cruciale del solito nella transizione. Dovranno adattarsi non solo agli standard di sicurezza, ma all'esigenza di rispondere in maniera rapida e flessibile ai cambiamenti di rotta che saranno presi strada facendo. La mobilità sarà fondamentale per consentire a chi prima usava servizi pubblici e non possiede mezzi privati di tornare a lavorare in sicurezza. Non è solo una questione di contagi, ma di giustizia sociale. E alle forze dell'ordine sarà richiesto di continuare un compito importante di presidio del territorio, ma sarà importante formarle perché sia esercitato in maniera informata e rispettosa dei diritti e delle sensibilità di tutti. Nessun eccesso di presidio può essere tollerato di fronte al perdurare dei controlli. Attenzione, anche qui: siamo una democrazia liberale, le libertà si possono limitare temporaneamente per una giusta causa, mai calpestare.

(5) Come tutti arrivano a fine mese.

Sulla garanzia del reddito dobbiamo uscire dalla fase emergenziale degli interventi tampone, lasciandoci alle spalle misure che non sono né semplici né innovative. Dobbiamo cambiare passo: con una strategia chiara, semplice e innovativa per tutta la fase di transizione.

Abbiamo due opzioni davanti. Opzione uno: un "reddito di base per l'emergenza", una vera imposta negativa usa-e-getta che, integrando dati e funzionalità di Inps e Agenzia delle entrate su prestazioni e sostituti d'imposta, permetta di integrare il reddito mensile fino a una soglia minima. Se non lo si ritiene fattibile, perché per disegnarlo dovremmo mobilitare molte competenze esterne e creare nuove infrastrutture, resta l'opzione due: rafforzare e semplificare le forme attuali di garanzia del reddito, ma sul serio. Con un unico strumento destinato a ognuna di queste quattro platee: i) dipendenti in costanza di rapporto, ii) disoccupati, iii) lavoratori autonomi, iv) poveri.

Per i primi c'è la cassa integrazione da estendere per tutta la transizione e semplificare nelle procedure, anche con una garanzia statale per gli anticipi delle banche, facendo in modo che siano immediati e disciplinati per legge. Ai cassintegrati si dovrebbe concedere la possibilità di accettare anche un altro lavoro, come hanno proposto Ciani, Del Conte e Garnero su Lavoce.info e come ha fatto il Regno Unito. Loro manterrebbero il lavoro originario e potrebbero acquisire nuove competenze ed esperienze, senza perdere il beneficio (o vedendoselo ridurre solo in parte). Le imprese intercetterebbero manodopera difficile da trovare nella fase di graduale riapertura.

Per i disoccupati, i veri dimenticati di questi primi interventi, ci sono Naspi e Dis-coll da potenziare, facendole confluire in un unico "salario di disoccupazione" che, nella fase di transizione, allunghi i periodi durante i quali si può beneficiare di tali indennità e rimuova ogni forma di décalage, in modo che la garanzia del reddito sia costante per tutta la durata.

Per gli autonomi, le indennità emergenziali di marzo vanno estese a tutto il periodo della transizione, ma rendendole progressive per non disperdere risorse e raggiungere solo chi ha davvero bisogno. Liberando allo stesso tempo le risorse delle casse di previdenza private, ora bloccate da assurdi paletti burocratici, per permettere loro di disegnare un nuovo welfare allargato per tutti i professionisti.

Per i poveri, c'è il reddito di cittadinanza, da semplificare con due priorità: rafforzare l'aiuto alle famiglie con minori; potenziare il ruolo di comuni e terzo settore in un'ottica di attivazione sociale. C'è un altro tema, poi: nel periodo dell'economia della separazione dovrà esserci anche un "welfare della separazione", che non si preoccupi solo di garantire il reddito ma si prenda cura dei bisogni. La solitudine di bambini e anziani. La fragilità di malati cronici e persone con disabilità. I diritti di lavoratori irregolari e sfruttati. Il 12 per cento dei ragazzi tra 6 e 17 anni non ha un computer o un tablet a casa (il 25 per cento nel Mezzogiorno, 470 mila ragazzi).

Più del 25 per cento degli italiani vive in condizioni di sovraffollamento abitativo, e la quota sale al 50 per cento nelle famiglie con minori. Servono interventi straordinari contro la povertà educativa per non cristallizzare le disuguaglianze sociali su intere generazioni. E se non vogliamo uscire da questa crisi più deboli di prima, dobbiamo investire sulla telemedicina e fare interventi per rafforzare l'assistenza domiciliare ai malati cronici e alle persone non autosufficienti.

Poi c'è il tema dei lavoratori irregolari. Adesso, tutti ci accorgiamo dell'importanza della manodopera straniera in alcune filiere come quella agro-alimentare, anche se ieri ci giravamo da un'altra parte rispetto alle condizioni in cui lavorava e viveva. Se i porti sono chiusi per la pandemia, intanto apriamo subito i diritti: regolarizzando i lavoratori stranieri che sono sul nostro territorio e aspettano di veder riconosciuto il loro contributo all'Italia.

Tutte queste scelte costano, e non poco. Che serva fare più debito lo sappiamo. Ce lo ha ricordato Mario Draghi con la sua autorevolezza: adesso, il debito è "buono". Anche se noi italiani in passato siamo stati maestri di debito "cattivo" e dovremmo avere l'onestà di ammettere che arriviamo fragili a questa crisi anche per questo. Non basterà lo scostamento del deficit, serviranno Eurobond e l'emissione di titoli a lunga scadenza o irredimibili finalizzati all'emergenza.

Le ultime due leggi di bilancio (approvate da maggioranze diverse) appartengono ormai alla preistoria: sono piene di misure che non servono o non sono mai partite. Perché non fare un'altra bella task force, allora, che le rivolti come un calzino recuperando risorse? Servono ancora i miliardi del bonus facciate? Perché non togliere subito quota 100 a chi ha un lavoro a tempo indeterminato non gravoso? Rendere più giusti e selettivi gli interventi del passato libererebbe risorse per tornare a vivere.

Una postilla: le scelte per il "dopo" - Non è vero che, dopo, niente sarà come prima. Molte cose lo saranno, molte altre no. È difficile prevedere con esattezza quali. L'unica cosa sicura è che a tutti sarà richiesto lo sforzo di cambiare. Mutamenti che automazione e globalizzazione avrebbero indotto nell'arco di anni, avverranno nell'arco di mesi. Lo stato dovrà fare molte cose. Dovrà prendere per noi cinque decisioni fondamentali: chi lavora; come si lavora; dove si vive; come ci si muove; come tutti arrivano alla fine del mese. L'intervento dello stato sarà invasivo, dobbiamo avere un'ossessione: che sia semplice, trasparente e innovativo. Nel periodo dell'economia della separazione dovrà esserci anche un "welfare della separazione", che non si preoccupi solo di garantire il reddito ma si prenda cura dei bisogni. La solitudine di bambini e anziani. La fragilità di malati cronici e persone con disabilità. I diritti di lavoratori irregolari e sfruttati.

non è morta. Dalla scienza al digitale, soluzioni che oggi sono così importanti - e che domani lo saranno ancor di più - si nutrono di secoli di apertura e condivisione. E dovranno continuare a farlo. Serviranno politiche pubbliche da centometristi, non da maratoneti: rispetto allo stato sociale, alle politiche (attive) del lavoro, al sostegno per le famiglie con figli, al contrasto alla povertà educativa, alla connessione digitale come diritto di cittadinanza, alla transizione ecologica e tecnologica della nostra economia.

L'Europa dovrà dotarsi di una vera unione fiscale e sociale. E ci sarà da ripensare il rapporto tra città e provincia. Salute, ambiente e digitale sono sfide che ci offriranno l'opportunità di invertire il declino delle aree interne. Insomma, ci sarà tanto da innovare: la creatività sarà fondamentale per non perdere l'opportunità di uscire dalla crisi più forti di prima, risolvendo alcune debolezze che l'Italia si porta dietro da decenni.

*Professore di Economia politica all'Università Bocconi e senatore del Pd