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di Massimo Cacciari

La Stampa, 20 luglio 2026

In un clima generale di riarmo e guerra che da noi, come costume, si traduce nella miseria di una perenne campagna elettorale, assolutamente vuota di analisi e programmi, cercare un ordine in pensieri e azioni più che difficile appare di giorno in giorno più inutile. Il caso di Roggero assume in questa situazione un valore emblematico. Non c’entra la questione di grazia sì o grazia no. Poiché lo stare in galera ha valore rieducativo soltanto nelle favole, se si hanno sufficienti garanzie che una persona non possa ricommettere reati è per me una buona notizia che costui venga messo in libertà. Ciò che appare semplicemente “tremendo” sono le giustificazioni in punta di “diritto” che vengono avanzate per quest’atto in questo caso specifico.

Sembra che la tesi di fondo suoni grosso modo così: la mia casa, la mia proprietà sono assolutamente inviolabili, anzi: neppure minacciabili, e chi lo osa o lo tenta soltanto va inesorabilmente punito. Mettiamo che sia prevista in questa materia la punizione più estrema, la pena di morte. Questo implicherebbe forse per l’aggredito il diritto di uccidere l’aggressore? Certamente no. Anche in questo caso, nel caso cioè di un Codice che nella forma più crudele difendesse il “terribile diritto” di proprietà, bisognerebbe che la sentenza venisse emessa da un tribunale, da un giudice terzo.

Fino a quando vige uno straccetto di Stato di diritto nessuno può farsi giustizia da sé, nessuno può applicare la legge per suo conto. È evidente dal comportamento e dagli atti di certi politici, non proprio ahimè di contorno nelle vicende patrie, che essi auspicherebbero una norma a la Vannacci: se uno entra in casa mia rinuncia alla vita. Ma tale norma deve pur esserci, deve pur sussistere un Diritto che la contenga, e dunque sarà un tribunale che dovrà sancire: tu, col tuo atto, hai rinunciato alla vita. Se mi metto al posto del giudice, anche quando sia perfettamente certo, in base al Diritto esistente, che questi sentenzierebbe come me, compio un reato ipso facto.

Il caso mette a nudo una cultura politica e giuridica che la dice lunghissima sulla crisi che attraversa lo Stato di diritto. La “voce del popolo” lo reclama: chi mi entra in casa rinuncia alla vita. È questa voce la sola anima autorizzata del Diritto. Si afferma che esso va costruito esclusivamente sulle presunte abitudini o tradizioni, sui costumi o sentimenti comuni. Insomma, che esso deve essere espressione del Volksgeist. Il “buon politico” ne è l’interprete e aborre dai vuoti formalismi. Occorre che le norme in materia di sicurezza tendano a coincidere con i sani impulsi che manifesta il cuore del popolo. È una visione del Diritto toto caelo opposta a quella che sta alla base della nostra Costituzione e altrettanto conforme a quella che ha dato vita ai Codici di tutti i regimi totalitari.

Il cuore del popolo concepisce essenzialmente la pena nei termini della vendetta? Reclama l’occhio per occhio e dente per dente? E il Diritto positivo lo segua, obbedisca al suo impulso, anzi: lo moltiplichi contro quella scienza giuridica che da secoli ha cercato di contenere, di governare questo naturale istinto alla vendetta. Una tale scienza è propria dei “nemici del popolo”. Comprendiamo quanto profondamente questa cultura stia informando le nostre vite, le nostre stesse istituzioni? Più ancora, quanto essa sia immagine di una crisi di civiltà. In una logica complessiva in cui ogni relazione si semplifica brutalmente in quella di amico-nemico, viene meno ogni possibilità di reciproco riconoscimento. E così di perdono.

L’individuo nella sua solitudine, colma di ansia e frustrazione, si barrica nelle sue tane, non si interroga sui motivi che possono minacciarne la sicurezza, tantomeno su come affrontarli, esige soltanto che chi la mette in pericolo sia dichiarato imperdonabile - e giustificato lui se si fa giustizia da sé. “Io non perdono”, dice il nuovo eroe dei nostri populisti. Duemila anni di cristianesimo sono proprio passati invano? Forse no, almeno ci servono ad avvertire il puzzo di inferno che esce dai discorsi delle attuali leadership dell’Occidente in materia di Diritto e di pena.