di Sergio Labate*
Il Domani, 11 agosto 2025
A ottant’anni da Hiroshima, il presidente degli Stati Uniti non ha rilasciato alcuna dichiarazione per ricordare l’evento. Nelle stesse ore dava spettacolo sul terrazzo della Casa Bianca, facendo finta di voler installare lì sopra un arsenale nucleare. Contemporaneamente Netanyahu annunciava di voler occupare illegalmente una terra stremata. L’intollerabile è diventato l’unica agenda politica del nostro tempo. La mia generazione è l’ultima che è stata abituata a pensare che la lezione della storia indicasse due eventi intollerabili: la bomba atomica e il genocidio. Siamo stati fortunati, non li abbiamo vissuti. Ma tutta la nostra iniziazione civile era affidata alla memoria dei testimoni e segnata dalla minaccia di queste due esperienze limite, oltre le quali l’assoluta potenza dell’uomo si trasforma in una radicale impotenza: l’eventualità che tutto non ci sia più e che nulla abbia alcuna legittimazione razionale.
Il fatto che oggi ci troviamo allo stesso tempo a celebrare gli ottant’anni di Hiroshima e a riconoscere che l’intollerabile è ormai al centro dei nostri discorsi non può essere semplicemente constatato. Per chi conserva coscienza del reale, la domanda su come sia possibile questa contemporaneità dovrebbe diventare la questione fondamentale della nostra epoca.
Qualcuno direbbe che la colpa è delle generazioni successive, nei confronti delle quali abbiamo sostituito il fremito etico dell’intollerabile con la comoda istituzionalizzazione dei giorni della memoria. Certo, per i nostri figli è più facile vedere un tiktoker piuttosto che leggere Primo Levi. Ma il dato di fatto condanna noi - che Levi lo abbiamo mandato quasi a memoria - e assolve loro - che ci paiono ancorati solo alla superficie delle cose.
Chi sono coloro che hanno reso egemoni parole che dovevano essere ormai impronunciabili? Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu, Donald Trump: figli della Seconda guerra mondiale e cresciuti nel terrore rispetto a quei due eventi intollerabili. Sono le generazioni nutrite della consapevolezza che stanno letteralmente condannando a morte le generazioni che continuiamo con supponenza a ritenere più ignoranti di noi. Così la questione diventa ancora più scomoda. Come è possibile che questa trasgressione dell’intollerabile avvenga a causa di persone che sono cresciute dentro il divieto di fare ciò che con tanta libertà stiamo ormai già facendo?
Qualcuno risponderebbe che vi è stato un salto di qualità psicotico nell’esercizio della sovranità. Che il potere sempre più concentrato in un sol uomo si congiunge a un diffuso senso di derealizzazione, di perdita della realtà rispetto agli effetti delle nostre scelte e delle nostre azioni. Vale per tutti, in fondo. Se il tempo che prima dedicavamo alla lettura lo dedichiamo ai social, questo è uno degli effetti collaterali (non certo indesiderati): non sappiamo più davvero ciò che facciamo e crediamo che le azioni non producano effetti reali sul mondo.
Quanto alle guerre, è più semplice affidarle ai droni e non distinguere più tra il mestiere del soldato e quello del gamer professionista (tanto ci saranno sempre i poveracci, le comparse reali delle nostre guerre controllate a distanza, civili e militari uniti dall’esser esercito di riserva sacrificabile al nostro bisogno di crudeltà). Ma anche questa risposta, che contiene certamente parti di verità, suona stanca e non all’altezza dell’esercizio dell’intollerabile diventato ormai quotidiano.
Non si tratta più di cercare una ragione per le piccole miserie, ma di capire come sia possibile l’ingiustificabile. Che è tale anche perché non si riesce a concepire fino in fondo. Scriveva Anders: “Quanto più grande è l’effetto possibile dell’agire, tanto più è difficile concepirlo, sentirlo e poterne rispondere; quanto più grande lo “scarto”, tanto più debole il meccanismo inibitorio. Liquidare centomila persone premendo un tasto è infinitamente più facile che ammazzare una sola persona”.
La sproporzione - Nessuno può percepire realmente cosa sia un genocidio, cosa sia davvero una crisi atomica. L’intollerabile contiene in sé anche questa sproporzione: siamo esseri umani incapaci persino di immaginare ciò che le nostre conoscenze scientifiche sono arrivati a produrre. E infatti, aggiungerebbe Anders, siamo incapaci di utopie positive, perché gli utopisti sono coloro che riescono a immaginare ciò che non sono riusciti ancora a produrre. È con questo che dobbiamo fare i conti: con una civiltà che ha perso il senso della realtà e che è anche incapace di immaginare ciò che, per la scala di grandezza tragica a cui appartiene, non si può percepire se non in parte. Non sappiamo né immaginiamo più l’intollerabile, che pure stiamo concretamente preparando.
Il 6 agosto, a ottant’anni da Hiroshima, il presidente degli Stati Uniti ha ritenuto di non rilasciare alcuna dichiarazione solenne per ricordare l’evento. Nelle stesse ore dava spettacolo sul terrazzo della Casa Bianca, facendo platealmente finta di voler installare lì sopra un arsenale nucleare. Contemporaneamente Netanyahu annunciava di voler occupare illegalmente una terra stremata, perseguitando, deportando e uccidendo persone per il solo fatto che la abitano. L’intollerabile è diventato l’unica agenda politica del nostro tempo. E noi non possediamo più strumenti nemmeno per immaginarlo.
*Filosofo











