di Giovanni Battista de Blasis*
poliziapenitenziaria.it, 31 maggio 2026
Cinquant’anni dopo il nuovo Ordinamento Penitenziario - e quella stagione che non a caso fu chiamata “del carcere della speranza” - la situazione delle carceri italiane non è cambiata affatto. Nel 2025 i suicidi sono stati 76. Nel 2024 si era toccata la soglia record di 91. Nel 2026 dopo soli cinque mesi siamo già a quota 25. Sempre nel 2025, i Tribunali di Sorveglianza hanno accolto 5.800 ricorsi per condizioni di detenzione ritenute disumane o degradanti. E dentro le sezioni continua il sacrificio quotidiano dei poliziotti penitenziari per garantire la sicurezza in un sistema che si sta sgretolando pezzo dopo pezzo.
Amnistia e indulto: due strumenti diversi, spesso confusi - Spesso mi capita di sentire che amnistia e indulto vengono usati come sinonimi, anche se la differenza è sostanziale. Perché mentre l’amnistia cancella il reato e la pena, l’indulto cancella solo la pena. In altre parole, con l’indulto non si azzerano le responsabilità, si riduce soltanto la durata della detenzione. È un atto di clemenza che rispetta il principio della certezza della pena adottando, però, un atto di civiltà sulla sua esecuzione, due principi che dovrebbero marciare insieme, non in contrapposizione.
Uno Stato autorevole sa essere clemente senza vergognarsene - Dal dopoguerra a oggi, lo Stato italiano ha emanato più di trenta provvedimenti tra amnistie e indulti. L’ultimo nel 2006. Da allora, vent’anni di silenzio. Non perché il carcere sia diventato un modello di efficienza, ma perché la riforma costituzionale del 1992 ha reso il percorso parlamentare quasi impossibile, imponendo un quorum dei due terzi per ogni singolo articolo della legge.
2006: un precedente da valutare senza pregiudizi - Nel 2006, con Prodi a Palazzo Chigi e Mastella come Guardasigilli, fu approvato un indulto di tre anni. Una decisione trasversale, sostenuta da un’ampia maggioranza bipartisan. Uscirono oltre venticinquemila detenuti. Nei sei mesi successivi ne rientrarono 2.855, l’undici per cento circa. Includendo chi aveva beneficiato del provvedimento in misura alternativa, la recidiva nel primo semestre si attestò attorno al dieci per cento - ben lontana dal quasi settanta per cento che caratterizza la recidiva ordinaria. Il problema non fu l’indulto in sé, ma il fatto che ad esso non seguì nessuna riforma strutturale del sistema. E in appena due anni si tornò agli stessi numeri di partenza. Fu per questo che quell’indulto fu un gesto di clemenza fine a sé stesso.
Sovraffollamento al 140 per cento: i numeri di un sistema sotto pressione - Oggi i detenuti sono più di 64.000. Agli inizi degli anni Novanta erano poco più di 30.000. Ogni giorno se ne aggiungono dodici, mentre mancano strutture, organici e risorse. Il tasso medio di sovraffollamento è del 138 per cento, con punte che arrivano al 240. Quasi 17.000 detenuti oltre la capienza regolamentare. Il degrado è evidente ovunque: ci sono istituti con una sola doccia per ottanta persone, dove l’acqua calda è un’eccezione e la rabbia si accumula giorno dopo giorno. Noi poliziotti penitenziari siamo in mezzo a tutto questo, con doppi turni, nervi tesi e risorse insufficienti. Dove manca lo Stato, arrivano esasperazione e tensione e le paghiamo noi insieme ai detenuti.
Le alternative esistono, ma il tempo stringe - Il Governo punta sull’edilizia penitenziaria, su ampliamenti e nuovi padiglioni. “Entro due anni risolveremo il sovraffollamento”, hanno promesso il Ministro Nordio e il sottosegretario Mantovano. Ma nelle sezioni è arrivato un messaggio diverso: continuate a tenere duro. Altri due anni. E la sezione è piena oggi, lo sarà domani, e si rientra in servizio con l’ennesimo straordinario imposto dalla necessità. Il ministro Nordio alterna annunci e silenzi, mentre nei cortili di alcuni istituti spuntano prefabbricati del tutto insufficienti a cambiare le cose. Soluzioni più dirette esistono: la proposta di liberazione anticipata speciale di Roberto Giachetti, il potenziamento delle REMS, l’istituzione di un circuito extracarcerario per i tossicodipendenti. Ma senza un intervento immediato di deflazione della popolazione detenuta, qualsiasi piano alternativo rischia di arrivare troppo tardi. Ogni giorno si parla di riforme, ma chi lavora in sezione misura ogni mattina la distanza tra le parole e la realtà.
Condoni per tutti, tranne che per le carceri - In Italia si condonano abusi edilizi, illeciti amministrativi ed evasioni fiscali con relativa disinvoltura.
Sull’indulto, invece, la politica ha paura anche solo di pronunciare la parola. Eppure il Presidente Mattarella ha definito “inaccettabili” le condizioni delle carceri italiane. Papa Francesco ha aperto una Porta Santa nel carcere di Rebibbia - segno concreto del Giubileo della speranza - e ha chiesto più volte allo Stato italiano un gesto di clemenza legislativa. È davvero possibile ignorare tutto questo?
Un indulto “legalitario” - Un provvedimento di clemenza non deve essere un premio né una mossa politica, ma un atto di giustizia disciplinato da criteri precisi. Devono essere esclusi i reati gravi, violenti e quelli che destano allarme sociale. I destinatari devono essere soltanto coloro che hanno concrete possibilità di reinserimento. Va data priorità alla questione dei tossicodipendenti e dei malati psichiatrici, oggi “contenuti” in luoghi che non possono curarli e dove non dovrebbero nemmeno stare. E va affrontato con serietà il nodo della custodia cautelare: troppe celle occupate da persone in attesa di giudizio, con un sistema che in questo modo accumula tensione su tensione. Ogni nuovo ingresso cautelare significa nuovi carichi di lavoro - traduzioni, udienze, piantonamenti - con gli stessi uomini e le stesse dotazioni di prima, ma con maggiori rischi. Infine, deve essere inequivocabile che al primo nuovo reato, alla prima infrazione, alla prima violazione di qualsiasi regola, la revoca del beneficio è immediata e automatica. Solo così un indulto è strumento di clemenza e non di debolezza. Perché la certezza della pena non contempla trattamenti disumani, ma esige rispetto della legge e della persona.
Clemenza non è resa ma una scelta di civiltà - Uno Stato che esercita la clemenza non si arrende, ma sceglie di restare fedele alla propria Costituzione e alla propria idea di giustizia. In certi momenti storici, inasprire le pene e continuare a riempire le celle è inutile e controproducente. Serve invece il coraggio di guardare in faccia la realtà e riconoscere che un sistema al collasso non è più né giusto né credibile. La clemenza, se regolata da criteri chiari e rigorosi, non è un colpo di spugna, ma uno strumento per ricondurre la pena dentro i confini della dignità umana. Non significa abbassare la guardia; significa smettere di confondere la severità con l’abbandono e la sofferenza fine a sé stessa. In questo senso, la clemenza non è resa. È assunzione di responsabilità. È la scelta di non voltarsi dall’altra parte quando il carcere cessa di essere esecuzione della pena e diventa soltanto un luogo dove si accumulano sofferenza, dolore, rabbia e ingiustizia. Per i detenuti. E per noi poliziotti penitenziari.
*Segretario Generale Aggiunto del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE)










