di Ezio Mauro
La Repubblica, 24 agosto 2025
Sono tempi duri per la realtà, che non riesce a imporsi squarciando il velo della narrazione che avviluppo a ogni cosa, camuffandola: figuriamoci per la verità. Sedotti dagli interpreti, catturati dagli spin doctor, abbiamo quasi rinunciato alla ricerca del vero in cambio della politica ridotta a performance, che consuma gli eventi nello spazio di una clip o li comprime in un tweet, smarrendo il deposito di significato e sacrificando la comprensione all’immediatezza: purché tutto faccia spettacolo, come ai tempi di Barnum.
Eppure la politica era nata per far parte della vita, non della sua rappresentazione: ma oggi nulla dura così a lungo da diventare un punto di riferimento, non ci sono più maestri perché la notorietà ha spodestato la fama e noi stessi ogni giorno chiediamo un nuovo show spacciato per evento, purché soppianti il racconto di ieri, già appassito. L’importante è che tutto scorra, nuovamente, e che nessun pensiero organizzato ostacoli il flusso. Assistere è più importante che giudicare, e naturalmente raccontare è più facile che realizzare: quanto a capire, non serve e non è più consigliato, uno sforzo inutile, visto che la realtà è già stata addomesticata, pronta per essere consumata senza il fastidio dei dubbi e la fatica delle domande.
Siamo appena riemersi da un agosto di fuoco, un film inedito e grandioso con la promessa del lieto fine. Il presidente russo che arriva in America dopo dieci anni sorvolando lo stretto di Bering, le sanzioni per l’aggressione all’Ucraina e il mandato di arresto della Corte penale internazionale, tutto cancellato in un istante dall’applauso del presidente Trump che lo attende sul tappeto d’onore. Poi l’incontro che prometteva di essere storico, quindi l’annuncio che Russia e America non lavoravano per un cessate il fuoco ma addirittura per un accordo di pace dalle clausole segrete, con l’Ucraina convocata a rapporto da Trump il giorno dopo come junior partner, dalla porta di servizio della grande intesa tra i due imperi.
Ma nonostante questo squilibrio diplomatico, politico e morale il capo della Casa Bianca annunciava che il prossimo atto sarebbe stato un incontro a tre - questo sì, veramente storico - con i due contendenti allo stesso tavolo, arbitrati dalla nuova egemonia pacificatrice degli Stati Uniti, in grado di fermare gli eserciti nel mondo intero.
Quindi un vertice con i leader europei e Zelensky insieme a Trump, perché la guerra in Ucraina chiama in causa il continente intero e il suo futuro. Fin qui lo spettacolo ha seguito il copione, sorrisi, applausi, strette di mano e complimenti. Poi la realtà ha sollevato la prima obiezione, decisiva: come scrivere un accordo di pace senza certificare quell’atto di forza imperialista, consacrarlo e metterlo alla base della nuova mappa dell’Europa, per non snaturare i suoi valori? Come far sì che quanto è accaduto non si ripeta più? Come garantire la sicurezza dell’Ucraina dopo un’invasione straniera, tre anni di guerra e una prospettiva di pace che promette di sancire la supremazia militare conquistata dalla Russia con l’aggressione alla sovranità di un libero Paese e al diritto internazionale?
Lavrov, il ministro degli Esteri russo, ha messo subito le mani avanti, spiegando che “è inutile parlare di sicurezza senza la Russia, è una strada che non porta da nessuna parte”, poi ha spiegato che un vertice ad altissimo livello va preparato in tutti i suoi particolari, riportando così in alto mare il summit a tre annunciato come imminente. L’enfasi trumpiana di Ferragosto si è rapidamente sgonfiata. Resta sul campo il vantaggio reputazionale che il presidente americano ha concesso al leader della Russia, e che il Cremlino ha immediatamente incassato senza concedere nulla: “I media occidentali che parlavano dell’isolamento della Russia da tre anni - ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova - adesso vedono il presidente Putin accolto con un tappeto rosso negli Stati Uniti”. E lo vedono ripartire senza aver mai nemmeno nominato il presidente Zelensky, considerandolo più che un interlocutore, un abusivo.
È da qui, non dalla grande bugia, che bisogna ripartire per cercare un percorso di pace o almeno di tregua in Ucraina, confrontandosi con la sostanza dei problemi e non con le bolle di sapone della propaganda che brillano nella cornice televisiva ma non reggono alla prova della realtà. È la differenza tra l’atto politico, umile e faticoso ma capace di far avanzare di qualche centimetro lo stato delle cose, e il gesto politico che si consuma mentre si compie a favore di telecamera, producendo però soltanto cenere, come il salto nel cerchio di fuoco. Anche noi, tuttavia, siamo complici dell’inganno trasformato in show permanente, perché ci accontentiamo di essere spettatori partecipando al gioco della realtà aumentata, senza pretendere dai protagonisti il rispetto dei fatti e soprattutto - ecco la colpa - senza opporre a quella rappresentazione ingannevole la forza di un’obiezione informata e razionale.
Si può fare, è necessario farlo, anche nell’altro scenario di guerra, il Medio Oriente, dove le operazioni militari di Israele a Gaza e il piano di insediamento E1 per dividere in due la Cisgiordania segnano una svolta nella tragedia, che deve essere sottolineata. Qui è la stessa narrazione ufficiale che sconfessa se stessa: quando il ministro delle Finanze Smotrich annuncia che “ogni insediamento è un altro chiodo nella bara dello Stato palestinese, un passo che elimina l’illusione dei due Stati”, porta la strategia militare di Israele definitivamente fuori dalla risposta al pogrom del 7 ottobre, in un terreno specificatamente politico, trasformando le operazioni militari da azione di difesa e reazione a strumento politico per estirpare un popolo dalla sua terra.
Distinguere, cercare di capire e giudicare sono le armi di difesa contro la sovra-rappresentazione del reale in cui siamo immersi. Questa pretesa di realtà è il vero, ultimo atto sovrano che il cittadino può compiere, chiedendo alla politica di uscire dalla rappresentazione per entrare nel mondo reale. Dove proprio in questi anni di crisi può riconquistare un suo spazio, come annuncia Mario Draghi: “La dimensione economica da sola non assicura una qualche forma di potere geopolitico”. Questo potere la politica deve andare a riprenderselo, adattando le sue forme di organizzazione alle esigenze del tempo. Sentire un grand commis come Draghi, il super-tecnico, chiedere alla politica europea di farsi avanti per riprendere in mano lo scettro smarrito, è la prova dell’emergenza: o l’ultimo s.o.s prima del naufragio, o l’avviso che sta finalmente cominciando una nuova epoca.











