sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Massimo Franco

Corriere della Sera, 14 gennaio 2025

Gli scontri con la magistratura riflettono una relazione tra poteri dello Stato in bilico da anni e mai riequilibrata in modo condiviso. Più che le singole polemiche, colpisce lo sfondo conflittuale nel quale si inseriscono. È come se con l’inizio del 2025 lo scontro tra il governo e la magistratura, invece di ridursi, preparasse una sorta di resa dei conti finale. E questo nonostante oggi il Parlamento possa forse concordare l’elezione dei quattro giudici che mancano alla Corte costituzionale: un esito non scontato ma atteso da tempo. Si tratti di femminicidi, immigrazione, violenze di piazza, sicurezza o riforma della giustizia, ogni occasione diventa pretesto per misurare il rispettivo potere.

Il tema della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è uno dei più spinosi, da sempre. E non può lasciare perplessi sia l’atteggiamento punitivo col quale una parte della coalizione di destra lo promuove, sia la minaccia della magistratura associativa di ricorrere a forme di protesta clamorose. La persistenza con la quale lo scontro prosegue, non solo con l’attuale esecutivo ma con molti di quelli degli ultimi trent’anni, pone un problema che va al di là degli schieramenti. E supera anche i contrasti all’interno di maggioranza e opposizioni.

Mentre colpisce l’assenza di qualunque parola in appoggio al ministro leghista dei Trasporti, Matteo Salvini, dopo i disservizi ferroviari di questi giorni, FdI, FI e Lega sono compatte nel criticare l’Anm; e per difendere una riforma che è fortemente voluta dagli eredi politici di Silvio Berlusconi ma ha guadagnato il consenso di formazioni di destra storicamente “giustizialiste”. È il segno di un contesto che si è modificato; e di un ordine giudiziario che, secondo i critici, non è riuscito a preservare la credibilità e la popolarità ereditate dal passato. Può darsi. Certo, non giova il tentativo strumentale delle opposizioni di tirare la magistratura dalla propria parte. La radicalizzazione delle posizioni non aiuta. Tende anzi a far prevalere, nella politica e tra i giudici, un riflesso difensivo che premia soprattutto le minoranze inclini al conflitto. E riduce qualunque tentativo di riforma, o all’idea di una “punizione” pianificata dai governi per imbrigliare la giustizia; o a quella di un presunto complotto di frange politicizzate della magistratura per frustrare il rinnovamento.

Inutile dire che si tratta di due letture viziate dal pregiudizio. Il problema è che rispecchiano un modo di percepirsi reciprocamente: con qualcuno interessato a fare in modo che l’approccio rimanga tale. Viene il sospetto che quanto accade rifletta una relazione tra poteri dello Stato in bilico da anni, e mai riequilibrata in modo condiviso tra politica e magistratura. Difficile prevedere come e quando si rimedierà a un’anomalia dannosa per tutti. Eppure, sarà sempre più una questione ineludibile.