di Davide Varì
Il Dubbio, 17 novembre 2020
Nel centrosinistra si litiga sul garantismo e sul giustizialismo. E forse è una buona notizia. Dopo anni di "sudditanza psicologica", la politica, e il centrosinistra in particolare, sembra aver finalmente aperto una crepa nel "soffitto di cristallo" della giustizia italiana.
La prima falla nella visione panpenalista che ha dominato la nostra politica da tangentopoli in poi è arrivata quasi per caso, con l'esplosione del caso Palamara. Il sistema delle nomine e del correntismo malato - perché il problema non è il correntismo ma la sua degenerazione a sistema di potere - ha infatti mostrato il lato più nebbioso della magistratura italiana.
E per la prima volta quella stessa magistratura si è mostrata dilaniata e attraversata dalle stesse logiche di potere che in questi decenni ha combattuto. Si è presentata come una sorta di autorità superiore agli altri poteri dello Stato, quasi fosse la sentinella della tenuta morale della società italiana, per poi disvelare meccaniche sembrano mutuate da quella stessa politica additata come il più negativo dei termini di paragone. Negli anni in cui ha implicitamente rivendicato una propria superiorità morale, la magistratura ha spesso trattato il diritto di difesa e l'avvocatura come una sorta di ostacoli quasi furfanteschi, rivolti ad impedire, con artifici e retorica, la scoperta dei responsabili e della verità.
Paradossalmente, la prima vittima della degenerazione è stata la magistratura stessa. La stragrande maggioranza dei giudici - convinti che il proprio ruolo fosse quello di esercitare la funzione giurisdizionale con la massima serietà e serenità - è stata arruolata suo malgrado in una battaglia pericolosissima e portata avanti da una "avanguardia" che, non di rado, ha superato i confini tracciati dalla Costituzione. Il tutto col beneplacito della gran parte dei partiti, impauriti e incapaci di bilanciare l'equilibrio dei poteri. Ma è bene ribadire che il Dna della nostra magistratura è sano e che il processo di riforma probabilmente è già iniziato con la saggia e discreta supervisione del Colle.
E la politica? La politica in tutto questo deve ritrovare la sua centralità e liberarsi da paure, pigrizie e scorciatoie. E chissà che il caso Bassolino, il governatore processato diciannove volte e diciannove volte assolto, possa rappresentare l'inizio di questa trasformazione.
Certo, ha fatto bene il direttore di Huffington post, Mattia Feltri, a ricordare alle vittime della giustizia malata di oggi - Bassolino compreso - la connivenza interessata con le degenerazioni di alcune Procure nei confronti degli avversari politici. E potremmo contare sulle dita d'una mano il numero di onorevoli che si indignarono quando nel nostro Parlamento venivano esibite le manette usate come simbolo osceno di vendetta e non di giustizia.
Ciò non toglie che oggi qualcosa finalmente si muove. E si muove proprio a cominciare dalla parte sana della magistratura che ha deciso di prendere in mano il proprio destino e liberarsi delle scorie avvelenate che in questi anni hanno portato a più di un deragliamento. Ma l'ultimo miglio spetta proprio alla politica, che sbaglierebbe a presentare il conto a un ordine giudiziario in difficoltà e al minimo storico del gradimento popolare, perché il ruolo della politica non è quello di comminare pene o vendette ma di costruire un destino comune.











