di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 10 maggio 2019
C'è una linea rossa che separa politica e i istituzioni. Questo tracciato non può essere sottile, ma deve restare netto: un muro ben visibile e saldo in qualunque situazione, perché marca l'esistenza stessa di una democrazia. Alcuni segnali negli ultimi giorni trasmettono la sensazione che questa barriera cominci a venire intaccata.
Si tratta di episodi minori, che non costituiscono certamente un pericolo sostanziale, ma il cui valore formale non può essere taciuto. Riguardano infatti la più delicata delle istituzioni: il ministero dell'Interno, da cui dipende la sicurezza della collettività e che per questo è dotato di poteri e strumenti di controllo fortissimi. Sarebbe riduttivo minimizzarli o attribuirli all'italica accondiscendenza che il personale degli apparati spesso mostra verso i titolari dei dicasteri.
E d'altronde la cultura istituzionale di Matteo Salvini è tutta da dimostrare, visto il disprezzo o quantomeno l'insofferenza per le regole che è solito esibire, uno degli elementi che servono a consolidare la sua immagine di uomo forte.
Ma proprio quando è stato colpito nell'immagine il leader della Lega ha tradito la confusione nell'esercitare i ruoli. A Salerno, il selfie con una ragazza che gli ha rinfacciato i suoi insulti verso "i terroni" lo ha spinto a ordinare: "Cancella quel video".
Immediatamente è intervenuta la Digos, che le ha tolto il cellulare, per quanto fosse chiaro che quella giovane non potesse rappresentare una minaccia. La vicenda si è chiusa senza conseguenze, il telefonino è stato restituito e il video circola liberamente sul web. Ma è rimasta l'impressione che si trattasse di un abuso, come se l'azione delle forze dell'ordine volesse solo compiacere il ministro. Lo stesso sapore amaro che sempre a Salerno ha lasciato la rimozione dello striscione "Questa Lega è una vergogna", affisso su una casa privata poco lontano dal comizio di Salvini.
La proprietaria ha dichiarato di averlo tolto dopo che funzionari di polizia le avevano ventilato pesanti azioni legali, condizionando quindi la libertà di manifestazione del dissenso. In fondo, quella scritta era molto più civile delle esternazioni che il ministro semina ogni giorno. Il problema però non è il comportamento del leader leghista, quella maleducazione civica a cui non vogliamo rassegnarci ma che caratterizza la sua maschera. Il vero guaio è avere diffuso il dubbio che il contagio del suo autoritarismo possa arrivare alle forze dell'ordine, che non possono essere al servizio del politico ma non devono neppure trasmettere la percezione di esserlo: l'importanza della loro funzione infatti dipende tutta dalla loro credibilità.
E la replica fornita dalla comunicazione istituzionale - ribadiamo istituzionale - della polizia di Stato - ribadiamo di Stato - a un tweet di Roberto Saviano non fa che confermare questo sospetto. Di fronte alle critiche dello scrittore - "e la polizia di Stato, che sequestra striscioni e telefonini, ridotta a servizio d'ordine per la campagna elettorale di un partito. Che pena" - un anonimo dirigente ha scritto una risposta cominciata bene e finita malissimo: "La polizia di Stato serve il Paese e non è piegata ad alcun interesse di parte. Chi sbaglia paga nelle forme prescritte dalla legge. Che pena leggere commenti affrettati e ingenerosi per dispute politiche o per regolare conti personali".
Sono commenti gravi nei confronti di qualunque cittadino ma che diventano pesantissimi perché rivolti a una persona sottoposta alla protezione delle forze dell'ordine. Certo, Salvini non perde occasione per denigrare Saviano e i giornalisti non allineati: lo ha fatto pure durante la trasmissione Otto e mezzo di fronte al libro di Paolo Berizzi, inviato di Repubblica sotto scorta per le minacce dei neofascisti. Questi comportamenti però devono restare al di là della linea rossa. Perché "l'istituzione - recita Wikipedia, una fonte alla portata anche di Salvini - ha il fine di garantire l'attuazione di norme stabilite tra l'individuo e lo Stato sottratte all'arbitrio individuale e del potere in generale". E l'arbitrio del potere segna la fine della democrazia.









