di Luigi Manconi
La Repubblica, 12 febbraio 2022
Dal caso di Riccardo Magherini a quello di Cerciello Rega, la formazione degli uomini e delle donne titolari di compiti di controllo è essenziale. La prendo alla lontana, ma si tratta di una premessa che può essere utile per meglio spiegare fatti recenti. Il 30 gennaio del 2014, una circolare del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri raccomandava, nel caso di fermo di persone per strada, di evitare "i rischi derivanti da immobilizzazioni protratte, specie se a terra in posizione prona". E si chiariva che "la compressione toracica può costituire causa di asfissia posturale". Un mese dopo, la morte di Riccardo Magherini, fermato a Borgo San Frediano, a Firenze, con quella stessa tecnica e portato alla morte, così come altri prima e dopo di lui, esattamente nelle medesime circostanze. Nel 2016, la circolare venne sostituita da un altro testo nel quale venivano eliminate le avvertenze sul pericolo che può provocare "l'ammanettamento nella posizione prona a terra". Questo episodio mi pare sommamente istruttivo per comprendere cosa significhi il discorso sulla "formazione", sempre ricorrente quando ci si imbatta in comportamenti variamente illegali e in abusi e irregolarità da parte di membri degli apparati dello Stato.
La formazione, nel caso di uomini e donne che sono titolari dell'uso legittimo della forza e di compiti di controllo e repressione, riguarda due ambiti decisivi. Quello da cui ho preso le mosse è relativo all'"istruzione tecnica", ma altrettanto importante è la dimensione dell'educazione culturale. Il fatto, cioè, che primaria responsabilità degli appartenenti ai corpi di polizia è la tutela dei diritti del cittadino, che non cessa di essere tale - ovvero cittadino a pieno titolo - anche quando fosse "sospetto" o destinatario di un provvedimento di fermo. Invece, generalmente - è questo il dramma all'origine di tanti errori e ingiustizie - l'operatore di polizia tende a vedere, nell'individuo al quale si accosta, un possibile nemico, una potenziale minaccia, una insidia per l'incolumità propria e per quella pubblica. Il che, per certi versi, è inevitabile, considerato che quello stesso operatore può avere compiti di repressione: ed è il suo mestiere, di conseguenza, a produrre un determinato comportamento.
Enorme, dunque, è la responsabilità e la difficoltà dell'impresa di fare di carabinieri, poliziotti, finanzieri e agenti penitenziari i tutori dei diritti degli individui, profondamente convinti dell'intangibilità di prerogative e garanzie degli stessi. Che questa impresa rischi costantemente il fallimento è dimostrato dalla trascrizione dei messaggi scambiati nelle chat tra i carabinieri dopo l'assassinio del loro collega Mario Cerciello Rega, avvenuto il 26 luglio del 2019. Eccone un orribile (e parziale) florilegio, pubblicato da Repubblica il 9 febbraio scorso: "devono prendere le mazzate. Bisogna chiuderli in una stanza e ammazzarli davvero", "squagliateli nell'acido", "ammazzateli di botte". Di quelle frasi, la più eloquente è questa: "fategli fare la fine di Cucchi". Dunque, quella che è per l'opinione pubblica democratica (e per i carabinieri democratici) una vicenda di cui provare vergogna, per altri (e per altri carabinieri) costituisce un modello di comportamento.
Ora devo adempiere a un rito: quasi fosse necessario - e non una ovvia premessa - scrivo che quegli atti e quelle parole appartengono solo a una quota dei militari dell'Arma, quasi che qualcuno avesse mai detto il contrario. Ma fosse pure, come davvero è, una minoranza, non si può ignorare che si tratta di un fenomeno assai preoccupante, perché segnala un orientamento e, direi, un sentimento diffuso in una parte (nessuno può dire quanto ampia) degli operatori. Si tratta di un senso comune e di una cultura non solo tenaci come una gramigna, ma che non sembrano destinati a esaurirsi. Tutt'altro. Il Comando Generale dei Carabinieri ha definito quelle frasi "offensive" ed "esecrabili", e si è impegnato ad avviare "con immediatezza i conseguenti procedimenti disciplinari per l'adozione di provvedimenti di assoluto rigore". Giusto, ma ci aspettiamo che si comunichi anche quale programma di educazione alla legalità e di insegnamento dei principi costituzionali il Comando intenda promuovere - o comunque rafforzare - ancora "con immediatezza" a partire da oggi. Anzi, da ieri.









