di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 2 febbraio 2020
I dati che emergono dalle relazioni dell'Anno giudiziario rivelano un quadro sconosciuto e per alcuni aspetti agghiacciante. È un peccato che il tutt'altro che kolossal "Davigo-avvocati" rischi di oscurare taluni dati inediti invece tra le pieghe delle relazioni dell'Anno giudiziario. Il primo è persino agghiacciante nella sua cruda capacità di pesare quante differenti Italie, a parità di normativa ma evidentemente non di carichi-risorse-organizzazioni, ci siano dentro l'Italia giudiziaria: nelle Corti d'Appello (epicentro delle prescrizioni dei dibattimenti) si estinguono il 2,9% dei processi a Milano, il 24% nella media nazionale, il 29% a Napoli, il 48% a Roma, dove alti magistrati arrivano a prospettare la necessità di "una amnistia mirata sui reati minori" per dar fuoco a cataste di arretrati ormai inscalfibili.
Secondo spunto: mentre si paventa o meno il futuribile "fine processo mai" a causa della prescrizione bloccata alla sentenza di primo grado, ci sono sedi dove il "fine mai" di fatto esiste già, perché l'arrivo in tribunale di un numero di processi incomparabilmente oltre la possibilità fisica di celebrarli fa sì che, ad esempio a Brescia, nel settembre 2019 una citazione diretta a giudizio trovasse la sua prima udienza a novembre 2023 (non è un refuso: è proprio fra 4 anni).
Il terzo spunto viene da rari (e perciò preziosi) dati qualitativi forniti dal pg di Cassazione Salvi. Al netto di prescrizioni e remissioni di querele, le assoluzioni già in primo grado, che nel 2016 sfioravano un preoccupante 30%, nel 2017 sono scese al 22% e nel 2018 al 20,7% (dati anche qui da scomporre tra reati collegiali e monocratici, dove invece ci sono sedi al 40%); e in Appello le assoluzioni, che erano il 24,2% nel 2016, sono diventate 21,3% nel 2017 e 17,7 nel 2018. Numeri certo da affinare, tendenze da contestualizzare: ma sempre più proficui del derby avvocati-Davigo.










