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di Errico Novi


Il Dubbio, 8 febbraio 2020

 

Il lodo Conte last-version: previsti solo lievi benefici. termini di estinzione bloccati per chi viene giudicato colpevole in primo grado, fermi per due anni dopo una prima sentenza di assoluzione.

Cosa cambia con il lodo Conte bis? Pochissimo. Verrebbe da prendere per buona una dichiarazione di Enrico Costa, il castigamatti di tutti i compromessi sulla prescrizione: "Il Pd sdogana la norma Bonafede e spera che nessuno se ne accorga". Al di là della componente emotiva introdotta dal deputato azzurro, la realtà è che, come lui dice, la sostanza è sempre la stessa.

Resta l'enorme rischio di diventare imputato a vita per chi è condannato in primo grado. Nel momento in cui un giudice ti dichiara colpevole, si spalanca dinanzi ai tuoi occhi il baratro del processo senza fine. Non c'è alcun meccanismo tassativo, infatti, che garantisca un tempo di celebrazione ragionevole, e soprattutto certo, determinato, alla fase d'appello. Può durare potenzialmente all'infinito. L'effetto concreto del lodo Conte bis è questo.

Non c'è alcuna concreta tutela per quei malcapitati che si trovassero un domani da innocenti a incappare in una sentenza sbagliata in primo grado. Si prevederanno risarcimenti più veloci e congrui. La possibilità per le difese di reclamare la fissazione dell'appello passati due anni senza che sia accaduto nulla. Ma poi si faranno i conti col carico sovrabbondante delle pendenze, destinato a moltiplicarsi proprio per il venir meno della prescrizione, come spiegato dal presidente della Cassazione Giovanni Mammone. Di sicuro nessuno potrà restituire, all'innocente condannato per sbaglio, la vita portata via dall'angoscia di un ingiusto permanere in stato d'accusa. Nessuno. Inoltre.

Si sottovaluta l'effetto psicologico che un simile meccanismo produce fin da subito. Qui vacilla pesantemente la tesi più volte accreditata dal ministro Bonafede secondo cui gli effetti della sua prescrizione si sarebbero materializzati solo fra 4 o 5 anni. Non è così per motivi tecnici, perché oltre alle condanne nel processo di primo grado ci sono anche i decreti penali di condanna emessi dal giudice direttamente al termine della fase preliminare, quindi potremo avere i primi "blocchi" della prescrizione già tra non molti mesi.

Ma a parte questo, l'effetto vero, tanto immateriale quanto reale, per dirla coi filosofi, è sia psicologico sia pratico rispetto all'esercizio della difesa. È chiaro infatti che per chi oggi, domani, tra quindici giorni (o anche per chi lo fosse stato in questi prima 40 giorni dell'anno) si trovasse indagato, si squaderna da subito la prospettiva da incubo di cui sopra. Si squaderna da subito, non da qui a qualche anno quando si sarà celebrato il processo di primo grado.

Perché fin da ora l'indagato saprà che nella malaugurata ipotesi di un rinvio a giudizio potrebbe iniziare per lui l'angoscioso cammino verso il tunnel della durata incerta. In caso di condanna in primo grado, magari ingiusta, inizierà una fase d'appello senza limiti. E questo, com'è inevitabile, condizionerà pesantemente la vita delle persone, le loro attività economiche sia libero imprenditoriali sia impegatizie, la loro strategia difensiva, le loro scelte sul procedimento, loro e dei loro difensori. C'è bisogno di aggiungere altro?

Il meccanismo esatto del lodo. Eccolo. Lo ha spiegato Bonafede ieri: dopo una condanna in primo grado, il decorso della prescrizione sarà abolito.

In caso di assoluzione in appello, riprenderà a decorrere. E anzi, verrà reimmesso nel calcolo tutto il tempo durante il quale il "cronometro" della prescrizione era stato fermato. In tal modo potrebbe anche verificarsi che l'estinzione del reato arrivi subito, magari dopo pochi giorni, e che perciò, in caso di ricorso in Cassazione da parte del pm, la Suprema corte dichiari l'intervenuta prescrizione.

In caso di assoluzione in primo grado, basta il ricorso in appello del pm per far sospendere il decorso della prescrizione. Stop ai cronometri per 24 mesi. Se in appello si è assolti, la prescrizione ricomincia a decorrere, e anche qui viene reimmesso nel calcolo il tempo durante il quale il cronometro era stato stoppato. Se invece un assolto in primo grado viene condannato in appello, la prescrizione si blocca di nuovo. La logica è chiara: quello che conta è che il pm possa provarle tutte, pur di arrivare a una condanna.