di Elisa Forte
La Stampa, 24 novembre 2025
Laura Ramaciotti, da settembre guida il Crui: “Una società più consapevole passa dalla scuola. Il rispetto non è un optional. Da studentessa e fino ad oggi per fortuna non ho subito violenze fisiche ma discriminazioni sì. Verso di noi c’è sempre una barriera di diffidenza. Pensi che quando 4 anni fa mi sono candidata a rettrice all’Università di Ferrara qualche collega ha avuto il coraggio di dire “non so se riuscirò a votare una donna”. Le donne devono ancora fare sempre uno sforzo in più per dimostrare di saper fare”.
Da due mesi è la Magnifica d’Italia: qual è la linea strategica della Crui nel contrasto alla violenza di genere?
“Nella Crui esiste una Commissione tematiche di genere (la responsabile è Giovanna Spatari, rettrice dell’Università di Messina) che da anni ha elaborato un modello di Bilancio di Genere e un’indagine annuale sul tema della violenza di genere (l’ultima a novembre 2024). Inoltre, la Crui affianca e promuove la campagna “Posto Occupato” (a teatro e cinema) ed è uno dei promotori del progetto Rai “No Women no Panel”“.
Come giudica l’assenza in Italia di percorsi organici di educazione sessuo-affettiva, diffusi in almeno 20 Paesi europei e quale contributo possono offrire le Università per colmare questo vuoto formativo?
“Colmare questo vuoto educativo è urgentissimo: una società più consapevole nasce solo quando si lavora insieme per formare cittadini capaci di rispetto, empatia e responsabilità. Le università collaborano con le scuole per dare continuità alla “filiera educativa” che però non è l’unica “agenzia” che forma alla convivenza sociale. Lo sforzo deve anche essere quello più ampio della disapprovazione condivisa e manifesta di alcuni comportamenti: cambia le mentalità”.
Quali misure possono radicare una cultura del rispetto nei campus e contrastare comportamenti violenti o sessisti?
“Le università sono istituzioni autonome ma l’urgenza del tema impone di sentire questa battaglia come propria: il rispetto deve essere un pilastro culturale, non un optional. Gli sportelli di ascolto e counseling sono presenti nell’80% degli atenei mentre i centri antiviolenza solo nel 25%. Questo mi sembra un primo punto su cui lavorare per mettere a disposizione maggiori presidi”.
Gli interventi a sostegno di vittime di abusi e orfani di femminicidio sono frammentari, non esiste un modello nazionale unico, perché?
“La difformità è figlia dell’autonomia decisionale che non è un disvalore. Spesso produce soluzioni inaspettate che si possono condividere. D’altra parte, nessuno conosce meglio di una università quali sono gli interventi necessari a prevenire o sanare situazioni che avvengono all’interno delle proprie mura. Detto questo, sono d’accordo con lei che un quadro coerente e condiviso è sempre utile. Le attività della Crui su questi vanno in quella direzione.
È prevista l’introduzione di protocolli nazionali uniformi, rapidi e vincolanti per segnalazioni, indagini interne e tutela delle persone vulnerabili negli atenei e per garantire ascolto e tempi certi di intervento in casi di violenza o discriminazione?
“È una necessità di buon senso: quando c’è una vittima, la cosa più importante è garantire ascolto, protezione e tempi certi. Su questo non si può rallentare. Stiamo lavorando in sinergia con il Mur per condividere le best practice e costruire modelli di intervento condivisi, ma le università sono enti autonomi. Esiste poi la legge dello Stato alla quale anche le università devono fare riferimento”.
Quale ruolo attribuisce agli studenti maschi nella costruzione di una cultura non violenta e corresponsabile, e come le università possono coinvolgerli in questo processo?
“Renderli protagonisti del cambiamento è indispensabile se vogliamo davvero costruire una società più giusta e libera dalla violenza. Per sradicare i comportamenti tossici è soprattutto sugli uomini che bisogna esercitare le leve educative e dissuasorie. In Crui lavoriamo costantemente, per fare un esempio, perché i delegati rettorali alle tematiche di genere non siano necessariamente donne, come fin troppo spesso accade”.
Che cosa si sente di dire a una generazione che trova nelle parole di Gino Cecchettin un esempio più incisivo di molte istituzioni?
“Che il cambiamento è possibile solo se ciascuno decide di farne parte: la battaglia contro la violenza è la più importante che abbiamo, e riguarda ogni giorno, ogni gesto, ogni relazione”.









