di Stefano Bartezzaghi
La Repubblica, 9 dicembre 2019
Il risarcimento chiesto a due bambine orfane di femminicidio. Invece che "come è potuto succedere?" dobbiamo chiederci: "Come è stato possibile evitarlo?", ed è un sollievo buono. L'esperienza ci ha infatti consigliato da tempo la rassegnazione: nulla riuscirà mai a scongiurare gli effetti di una necessità formale, per quanto possano essere assurdi sino a insultare le intelligenze.
È il significato profondo della parola "burocrazia": potere dell'Ufficio, e impotenza degli officianti. Così a sorprendere è che per una volta si sia invece ottenuta una garanzia ragionevole: l'Inps si è impegnato a rinunciare a quel risarcimento di 124 mila euro che pure aveva già, formalmente, richiesto a due sorelle di quattordici e dodici anni.
Prima di suicidarsi, il padre aveva ucciso la loro madre e aveva reso invalida una terza persona, quella per cui l'Inps intendeva rivalersi su di loro. Morto il responsabile del danno, la legge stabilisce che a risarcirlo siano gli eredi, anche se si tratta di due minorenni che sono a loro volta vittime almeno tre volte di quel fatto abnorme: hanno perso la madre, hanno perso il padre, hanno perso la possibilità di avere una qualsiasi idea, minimamente tollerabile, della propria famiglia d'origine.
Ma si sono mosse tre ministre, è intervenuto il presidente della Repubblica e l'inesorabilità della procedura è stata sospesa. Una soluzione si troverà. Per quanto prontamente verrà chiuso, il caso delle due sorelle aperto però lo è stato. In un Paese in cui della famiglia si dice condivisa una visione in apparenza idealistica (ma, nei fatti, ideologica e strumentale) sarà possibile trovare accorgimenti perché in casi consimili le colpe dei padri non ricadano automaticamente sui figli?
Un'eventuale nuova legge (ammesso che la si voglia scrivere e votare) non potrà mai disporre del tutto della propria applicazione, prevedere ogni evenienza. E logica vorrebbe che, se a far danno è l'ottusità con cui viene applicata, si modifichi non la regola ma l'applicazione.
Lungimiranza, saggezza, realismo in chi agisce applicando norme ma anche in chi controlla e giudica le sue azioni. Sono valori che parrebbero ovvi ma che rischiano di divenire utopistici, nei tempi in cui gli unici accordi possibili sono i contratti e in cui per "forma" non si intende la griglia che ci permette di discernere il senso nel continuo del mondo ma l'involucro immateriale che resta quando del senso dell'umano il mondo lo abbiamo svuotato.









