di Vincenzo Iurillo
Il Fatto Quotidiano, 9 luglio 2021
C'è una nota del 10 aprile 2020 del coordinatore dei magistrati di sorveglianza, Giuseppe Provitera, che forse è il primo atto ufficiale a mettere nero su bianco la mattanza dei detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, avvenuta il 6 aprile.
Il magistrato riferì al provveditore campano alle carceri Antonio Fullone, al procuratore di Santa Maria Capua Vetere e al direttore del carcere, che all'esito di un'ispezione del collega Marco Puglia "veniva altresì constatato che alcuni dei detenuti (...) presentano vistose ecchimosi agli occhi e ad altre parti del corpo, che gli stessi riferivano essere state causate dall'aggressione della polizia penitenziaria".
Puglia - e non solo lui - era lì compulsato da alcune segnalazioni, e raccolse le proteste di otto reclusi del Reparto Nilo tra i 14 mandati in isolamento al Reparto Danubio perché indicati come quelli che avevano opposto particolare resistenza alle "perquisizioni".
Gli otto lamentavano di essere stati privati della biancheria da letto e della possibilità di lavarsi e tra loro c'era anche il povero Hakimi Lamine, l'algerino morto suicida all'incirca un mese dopo. Fullone ricevette via mail la nota il 14 aprile e chiese immediatamente alla direzione del carcere "di relazionare con urgenza sui motivi di tali mancanze e su quant'altro evidenziato nella mail".
Attenzione alle date, in questa vicenda sono fondamentali.
Come ha affermato l'allora capo del Dap Francesco Basentini ai pm di Santa Maria Capua Vetere in un verbale pubblicato ieri sul Fatto, Fullone al telefono gli espresse il timore che forse qualcuno "doveva aver esagerato durante le operazioni di perquisizione del 6 aprile 2020". Non indicò allora le fonti di questa preoccupazione, ma certo erano giunte anche a lui diverse segnalazioni informali, tali da rappresentare fin da subito una situazione con criticità. Segnalazioni che, nell'annotazione dei magistrati di sorveglianza del 10 aprile, trovano una prima conferma.
Fullone, nella relazione di servizio al Dap datata 22 aprile 2020, pur non entrando nel merito della materia oggetto del procedimento in corso, fa riferimento alle "presunte violenze che si sarebbero consumate, pare di comprendere, durante la perquisizione straordinaria" e alla "refertazione sanitaria di un cospicuo numero di personale penitenziario" così come di diversi detenuti, che "restituisce un contesto di resistenze da parte di queste ultime alle operazioni". A quel punto ci sono dei soggetti refertati, ma quali furono gli accertamenti che il provveditore e la direzione del carcere avevano fin lì assunto? E quando? Quale fu la documentazione prodotta a riguardo? A definire il quadro - scrive sempre Fullone nella relazione a Basentini - "non aiuta la frammentarietà delle comunicazioni della direzione, tanto che lo scrivente ha richiesto tutta la documentazione prodotta".
Lo stesso provveditore spiega che quella perquisizione si rese necessaria - sottolineandone a più riprese la paternità della scelta - oltre che per le rivolte del 9 marzo e del 5 aprile, dal particolare contesto di quel carcere. Caratterizzato da una "paralizzante debolezza da parte della governance dell'istituto", con uno "scollamento tra direzione e comando (della polizia penitenziaria, ndr) che emerge nitidamente negli atti prodotti, spesso in modo frammentario. A volte è come se mancasse una assunzione di quelle che sono le inevitabili responsabilità di posizione. Censurabili sono anche i tempi di riscontro alle note".











