sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Dario Del Porto

La Repubblica, 26 ottobre 2026

La magistrata: “La repressione da sola non basta. Gli adulti devono trasmettere modelli positivi. Possiamo pure vietare i social prima di una certa età, ma se poi i primi a chattare tutto il giorno sono i genitori, non serve a nulla”. I ragazzi hanno il diritto e il dovere di manifestare, di preoccuparsi per il futuro. Vanno ascoltati, capiti. Sì, molti covano una rabbia profonda. Ma non è certo con la sola repressione, né alzando l’età media per accedere ai social che metteremo fine a questo disagio”, dice Patrizia Imperato, procuratrice per i minorenni di Napoli. Parlare con i più giovani, interrogarli quando commettono un reato o ne sono vittime, è il suo lavoro. Ed è sulla base di questa esperienza che si rivolge, prima di tutto, agli adulti per analizzare quanto sta accadendo oggi nella “generazione Z” di Napoli e del resto d’Italia.

“Tocca a noi indicare il buon esempio, invece di trasmettere modelli negativi. Non ci rendiamo che i ragazzi, proprio come spugne, li assorbono e si ritrovano a vivere in una perenne ansia da prestazione che li fa sentire sempre più fragili e inadeguati”, sottolinea la magistrata.

Vetrine rotte a Milano, baby gang scatenate a Napoli. Che cosa sta succedendo ai più giovani, procuratrice Imperato?

“Sono tutte manifestazioni della rabbia che caratterizza il disagio giovanile. E attenzione, non sono arrabbiati solo quelli che crescono in contesti di degrado o di marginalizzazione. Anche chi vive in famiglie di professionisti o lavoratori, va a scuola e fa sport, può avere un disagio da sfogare”.

Si riferisce al branco che, qualche settimana fa, ha aggredito in piazza Vanvitelli un padre che aveva difeso la figlia?

“Di questo episodio non posso parlare perché è ancora oggetto di indagine. Però, in generale, tanti ragazzi hanno maturato concetti deviati anche rispetto alle serate da trascorrere con gli amici”.

In che senso?

“Ne vengono fermati tantissimi con un coltello in tasca. E quando gli chiediamo perché, sa come ci rispondono?”

Come?

“In due modi: “per difendermi”, oppure per “pariare”, per divertirmi. È un oggetto di evasione, oppure un modello vincente da esibire. Anche aderire a comportamenti camorristici può diventare un trend, una moda, non solo per chi vive in un quartiere difficile o proviene da famiglie dove si commettono reati. Quando lo interroghi lo trovi ben vestito, studia, i genitori sono incensurati. Poi sui social minaccia un coetaneo come farebbe un malavitoso. E lo stesso discorso vale per allarmanti percorsi di radicalizzazione che sono ormai sempre più diffusi”.

Perché un giovanissimo abbraccia l’ideologia jhiadista oppure suprematista?

“Come le mafie, vengono considerati modelli vincenti, in linea con quelli trasmessi dagli adulti, che consentono ai più giovani di sfogare la rabbia contro qualcosa o qualcuno”.

Dopo gli incidenti a Milano del 17 ottobre il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha ipotizzato la costruzione di nuove carceri minorili, salvo poi corregge il tiro nelle ultime ore. In questi anni, ad ogni evento più o meno eclatante, il governo di destra ha ipotizzato o varato provvedimenti più severi. Qual è la sua opinione?

“La storia ci insegna che solo con la repressione i risultati non arrivano, i reati non diminuiscono. È l’ultimo stadio, i segnali vanno intercettati prima”.

Come?

“Il governo dovrebbe impegnarsi nella prevenzione, per favorire capacità di ascolto e osservazione. Ma servono insegnanti, strumenti per le famiglie, comunità terapeutiche per affrontare il disagio psicologico. Le carceri minorili rappresentano l’ultimo stadio. Se davvero il ministro Nordio vuole realizzarne di più, dovrebbe avere come unico obiettivo solo il miglioramento del trattamento per i reclusi, evitando il sovraffollamento e garantendo percorsi individualizzanti, non quello di tenerli a oltranza in un istituto. Ma tutto questo non esime noi adulti dal fare la nostra parte”.

In che modo?

“Pitagora diceva: “Educa i bambini e non dovrai punire gli uomini”. Questi ragazzi vanno ascoltati, bisogna costruire il dialogo in famiglia, nella scuola, nelle amicizie. Servono modelli comportamentali sani: possiamo pure vietare i social prima di una certà età, ma se poi i primi a chattare tutto il giorno sono i genitori, non serve a nulla. E dobbiamo insegnare il principio di responsabilità: le azioni hanno delle conseguenze, anche penali. Invece troppi giovanissimi pensano di vivere in un videogioco. Commettono reati senza rendersene conto. Poi, quando si accorgono che, nella vita, game over arriva davvero, spesso è troppo tardi”.