di Cesare Burdese
Ristretti Orizzonti, 31 luglio 2020
Affrontare il tema della dimensione architettonica del carcere in Italia, significa descrivere la storia e la cronaca di un fallimento culturale che si è consumato, a livello teorico e pratico nel corso degli anni, a partire dal varo della riforma introdotta dal nuovo Ordinamento Penitenziario con la Legge n.354 del 1975 e che continua ad invalidare il monito costituzionale ed il dettato normativo in tema di pena detentiva. Con l'introduzione di quella riforma, nella dimensione architettonica del carcere non sono stati studiati ed adottati i presupposti operativi necessari per la sua applicazione, vale a dire una diversa e più moderna e coerente concezione edilizia ed architettonica degli istituti stessi ed una loro diversa collocazione urbanistica.
Il modo riformato di vedere e concepire la figura del detenuto: non più numero in una massa indifferenziata, non più soggetto passivo di un trattamento punitivo e repressivo, ma persona in senso proprio, partecipe e protagonista delle attività trattamentali, dirette non a "redimerlo" attraverso l'espiazione, ma alla sua auto-educazione, grazie al trattamento individualizzato, all'osservazione scientifica della personalità, al lavoro in équipe, avrebbero dovuto avviare sul piano teorico prima e pratico dopo, il concepimento e la realizzazione di Istituti completamente altri, rispetto a quelli del periodo antecedente. (1983 A. Caponnetto, A. Dessì)
Così non è stato. Nel corso di oltre quarant'anni si sono continuati a costruire in Italia carceri disumani ed alienanti, caratterizzate da spazi vitali che non lasciano spazio né alla libera espressione né ad attività organizzate, non funzionali ad un moderno trattamento carcerario, né per facilitare e stimolare contatti socializzanti tra la comunità esterna e la popolazione detenuta, così da porre al servizio del territorio la struttura penitenziaria e viceversa. (1983 A. Caponnetto, A. Dessì)
Non si è stati capaci, nelle progettazioni che periodicamente sono state elaborate, di andare oltre l'esclusivo utilitarismo, e questo a totale discapito di soluzioni architettoniche non in grado, nei confronti dell'utenza, di spalancare nuove possibilità di arricchire l'esperienza, di agire prevalentemente in modo da convalidare, rassicurare, incoraggiare, sostenere, favorire, essere creativi.
È mancato il ruolo dell'architettura nel suo significato umano fondamentale, l'edilizia ha avuto il sopravvento.
Gli edifici carcerari sono stati concepiti esclusivamente per soddisfare esigenze funzionali più riferiti alla sicurezza che non al trattamento, con il risultato di creare luoghi che negano esperienze, invalidano, rendono incerti, scoraggiano, minano, reprimono, e distruggono il corpo e lo spirito.
Non sono stati messi in conto i bisogni materiali, psicologici e relazionali dell'individuo a vario titolo fruitore del carcere. (Vedi C. Burdese, Linee guida e idee progettuali per la nuova Casa Circondariale di Bolzano, in Dentro le mura, fuori dal carcere, Caritas Diocesi Bolzano-Bressanone, 2014)
Parafrasando le parole sull'Architettura Moderna dell'architetto spagnolo Ignasi de Solà-Morales, ci si è limitati in buona sostanza a produrre una architettura fondata esclusivamente sul paradigma della razionalità tecnica, ignorando i sentimenti e le emozioni dell'architetto come interprete dei desideri e delle speranze della società.
Non si è sentita l'esigenza di avvalersi dell'architettura, che, in quanto arte a pieno titolo, è espressione dello spirito del tempo, manifestazione di aspirazioni e obiettivi di giustizia, uguaglianza e solidarietà, ricerca ancora, nelle agglomerazioni sociali costituite dalle città, di una felice armonia tra vita del singolo e della collettività.
Ci si è fermati agli imperativi della razionalità tecnica, dell'efficienza, della mediazione fra bisogni e risorse, all'analisi di questi bisogni e all'individuazione delle possibilità materiali di dare ad essi una risposta.
Se per spazio non si intende solo quello materiale, ma anche la dimensione umana e psicologica in cui i soggetti si muovono, allora non si può che concludere che la struttura stessa condiziona e determina comportamenti e scelte, contribuendo, inoltre, a far si che il recluso acquisisca o consolidi i valori ed i principi della sottocultura carceraria. La coesistenza forzata, la monotonia dei ritmi quotidiani, la mancanza di stimoli, la ristrettezza e lo squallore delle forme architettoniche, per non parlare alla necessità di adattarsi passivamente all'ambiente per poter sopravvivere, non possono non generare - da un lato - spinte violente e sopraffattive e - dall'altro - non possono non immiserire l'individuo, riducendolo - con il passare del tempo - dallo status di persona umana a quello di detenuto. Ed è in questo clima esistenziale che nascono e prosperano gruppi di potere, bande rivali, violenza e passività, in sostanza un nuovo tipo di devianza, diversa da quella originaria. Paradossalmente, il carcere - con tutto il suo apparato teso a garantire la sicurezza - genera al suo interno quella violenza che vorrebbe eliminare. (1983 A. Caponnetto, A. Dessì)
Dopo la "rinuncia" degli Stati Generali dell'esecuzione penale, tutti i governi che si sono succeduti, hanno dimostrato di non comprendere i termini della questione, procedendo al contrario come sempre ed in questo modo affossando ogni possibilità di riscatto costituzionale della dimensione architettonica del carcere.










