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di Roberto Ciccarelli

Il Manifesto, 22 agosto 2025

Una delle ragioni per leggere “Nell’occhio dell’algoritmo. Storia e critica dell’intelligenza artificiale” (Carocci, pp. 267, euro 29), il libro scritto dal Matteo Pasquinelli è lo smontaggio della propaganda sull’intelligenza artificiale ispirata al mito capitalista dell’automazione totale, un genere di grande successo funzionale alla vendita di costosi gadget digitali, alla capitalizzazione di borse e al rafforzamento di un potere oligarchico delle Big Tech, azioniste influenti dell’Impero guidato da Donald Trump.

Forte della sua formazione marxista che lo ha già portato a declinare la tesi operaista nell’ambito del capitalismo digitale, Pasquinelli realizza la stupefacente operazione della critica e rivela il complesso nel “semplice”, cioè la molteplicità dei rapporti di produzione nei prodotti dell’ideologia considerati come “naturali” quando invece sono merci prodotte all’interno di una divisione sociale del lavoro. A questa operazione è stato riconosciuto l’importante Deutscher Memorial Prize 2024 nell’ambito della teoria critica.

Pasquinelli bracca i fantasmi del potere assoluto funzionali alla riproduzione di un immaginario totalitario del capitalismo, oggi più vivo che mai. La parabola dell’intelligenza artificiale non è intesa come l’espressione di una filosofia morale del soggetto individuale, creatore, potente incarnato in qualche oligarca del capitalismo informatico, ma come il risultato di una divisione politica e sociale del lavoro e di una automazione dell’intelligenza generale prodotta dalla forza lavoro e dalla società in cui essa vive.

Ciò che oggi è definito “intelligenza artificiale” è emerso dall’automazione della psicometria del lavoro e dei comportamenti sociali e non dalla ricerca volta a risolvere l’enigma dell’intelligenza. Le reti neurali artificiali sono le prime macchine capaci di codificare l’intelligenza generale - il General intellect di cui ha parlato Marx - con strumenti statistici. Questo significa che il machine learning non è l’esito di un pensiero magico, quello delle macchine che prendono vita umana, bensì il risultato dell’automazione delle metriche statistiche per quantificare abilità cognitive, sociali e lavorative e organizzarle in tutta la società, e non solo nelle attività che passano attraverso la Rete

Questa impostazione, supportata da una ricca serie di esempi e di autori affrontati da Pasquinelli con piglio da storico materialista, ci porta a considerare la tecnologia da un punto di vista politico interessante: l’intelligenza artificiale non sostituisce i lavoratori, ma li disloca in un nuovo ordine sociale sempre più autoritario dall’alto e passivo dal basso. Dunque, l’automazione digitale non trasforma solo il lavoro, e lo rende sempre più invisibile e precario, ma rafforza le gerarchie sociali perché collabora al controllo e all’oppressione. La macchina algoritmica produce effetti nelle fabbriche robotizzate, come nella gestione dei percettori di sussidi sociali, nel governo dei flussi migratori come nella promozione della società della prestazione.

Mette al lavoro la conoscenza collettiva contro coloro che la producono con il profitto di chi possiede i mezzi di produzione. Siamo lontani dall’immaginario apocalittico dei Frankenstein che si ribellano ai loro creatori. Ciò che oggi si chiama “intelligenza artificiale” è l’artificializzazione digitale della prassi umana e delle sue relazioni con le tecnologie, l’umano e la natura. Queste prassi sono messe all’opera in un sistema di misurazione, produzione, circolazione e consumo attraverso le piattaforme digitali e l’apprendimento automatico delle macchine.

Senza forza lavoro tutto si ferma. Senza la sua libera subordinazione al capitale digitale, e alle sue astrazioni reali, non ci sarebbe il potere che ci domina. Per sciogliere questo problema Pasquinelli offre l’idea di una “teoria dell’automazione-lavoro” connessa alla “pratica dell’autonomia sociale”. Questo significa che una soluzione arriverà nel momento in cui il “lavoratore complessivo” del Capitale digitale avrà trovato gli strumenti per maturare una soggettività alternativa, oltre che un’organizzazione e una forza politica capace di disconnettersi dalla rete del dominio, sovvertire il tessuto del potere che lo imbriglia e al quale si immola, creando una “contro-intelligenza collettiva” contro il regime “dell’estrattivismo della conoscenza” e una politica a livello globale capace di collettivizzare le piattaforme come servizi pubblici e riprogettare i monopoli dei dati. Si dirà che siamo molto lontani da questo scenario. Il punto è un altro: per essere all’altezza di uno scenario sfavorevole bisogna almeno conoscere i problemi. Il libro di Matteo Pasquinelli è utile per uscire dall’occhio del padrone e usare le fionde per accecarlo.