di Marco Conti
Il Messaggero, 30 luglio 2019
Ormai siamo agli insulti e poi agli emoticon. Le faccette per dirsi arrabbiato e altrettanti disegnini per fare pace. Salvini ne manda in grande quantità e ieri lo ha ricevuto anche dal collega, ed alleato, Luigi Di Maio, che si è giustificato per "quell'altro", usato per chiamare l'alleato.
Nell'altalena dei ruoli, di chi finge di stare all'opposizione e chi finge anche di governare, si usa la Tav come il decreto sicurezza, la riforma della giustizia o le intese autonomiste. Molte parole divisive e tanti annunci subliminali di possibili crisi di governo mentre i due vice, e i rispettivi partiti, sono ancora pronti a sostenere - ognuno a modo suo - il governo Conte.
Un continuo tirare la corda nella speranza che sia l'altro a cadere perché Salvini va dicendo che si è stancato dell'alleanza - ma si guarda bene dal farlo in Parlamento - e Di Maio lo sfida stando bene attento a non superare quel limite che finirebbe per attribuire la rottura al M5S. Ma se la Tav potrebbe rappresentare un argomento buono per provocare la crisi di governo solo se le opposizioni dovessero decidere di restare fuori dall'aula dove si vota la risoluzione, anche l'autonomia regionale con convince per la sua carica nordista che poco si addice ad un partito che punta al 40%.
E così si galleggia con Salvini che annaspa cercando motivi di rottura e sperando che siano i grillini ad autoaffondarsi in una crisi di governo. Mentre Di Maio, in versione vietcong, attacca e scompare nella giungla delle questioni irrisolte, delle riforme al palo e delle tante vertenze sindacali all'attenzione del ministero di via Veneto. Il prossimo appuntamento sul quale si misurerà in concreto lo stato dei rapporti dentro la maggioranza si chiama "decreto sicurezza-bis". L'appuntamento è per la prossima settimana a palazzo Madama dove il testo arriverà in aula lunedì per essere votato il giorno seguente.
I numeri della maggioranza al Senato si sono ridotti dall'inizio della legislatura ed è forte il mal di pancia grillino per l'ennesima prova d'amore che devono dare all'alleato. Alla Camera i dissenzienti del M5S hanno avuto vita facile e in diciassette si sono permessi l'uscita dall'aula, compreso i presidente Fico.
A palazzo Madama è invece già scattata la mobilitazione. Anche se la richiesta di voto di fiducia non è stata ancora annunciata, è quasi improbabile che non ci sia. Puntare al voto del decreto senza porre la fiducia significa far affidamento - e quindi trattare su qualche punto del testo - sulla pattuglia di senatori di FdI guidata da Ignazio La Russa.
Di fatto un allargamento della maggioranza, o la costruzione di maggioranze variabili, con FdI o con la pattuglia autonomista che si è già aggiunta sulla riforma costituzionale che taglia il numero dei parlamentari. Ma poiché un conto è aggiungersi e un conto è risultare essenziale, ecco che l'appuntamento a palazzo Madama della prossima settimana diventa paradossalmente importante per capire se - ironia della sorte - alla fine saranno i Cinque Stelle, e non la Lega, a far saltare il governo facendo mancare i voti di fiducia su un tema particolarmente caro al Carroccio.
Ma poiché l'interesse del Movimento di sostenere sino all'ultimo la legislatura non sembra cambiato, ciò potrebbe spiegare il nervosismo del leader della Lega costretto ad immaginare altri argomenti e altri tempi per segnare definitivamente la distanza dai grillini.
D'altra parte l'accusa di voler interrompere la legislatura per impedire che vada in porto il taglio dei parlamentari ha il suo peso e rischia di spostare da una parte all'altra quella fetta di elettorato che M5S e Lega si contendono a suon di bastonate.
Il rischio per Salvini, ma forse anche per il Paese, che solo nella stesura della legge di Bilancio si potrebbe trovare l'argomento buono per far saltare il banco. Ma a quel punto chi vorrà farlo dovrà andare in Parlamento e spiegarlo. Non basterà un post sui social.










