di Riccardo Ferrante*
Il Secolo XIX, 1 dicembre 2019
Il 34° congresso della Associazione Nazionale Magistrati organizzato a Genova è stato necessariamente una sorta di psicanalisi di gruppo. Troppo recenti i fatti che hanno coinvolto - tra maggio e giugno scorsi - alcuni componente del Consiglio Superiore della Magistratura.
La relazione del presidente Anm Luca Poniz non ha tradito pulsioni di rimozione. Se da una parte al magistrato non può essere negata una sana volontà di affermazione professionale, dall'altra il vero elemento di corrosione interna all'ordine giudiziario è quello del carrierismo, veicolato dalle correnti che con i loro rappresentati al Csm decidono le nomine.
Che il vasto corpo della Magistratura si organizzi in tendenze culturali strutturate e che esse partecipino secondo un criterio di rappresentanza alla gestione dell'organo di governo autonomo, risponde pacificamente al principio democratico. La stessa Anm, sintesi unitaria delle diverse tendenze, ha storicamente svolto una funzione centrale. Fondata a Milano il 13 giugno 1909 come "Associazione Generale fra i magistrati d'Italia", ha accompagnato le diverse fasi della storia nazionale, ma è col rifondante Congresso di Gardone (1965), che i giudici si sono collocati al centro del dibattito giuridico e politico, proponendosi, in quanto interpreti, come motore di progresso normativo.
L'obbiettivo posto fu la concreta applicazione della Carta costituzionale, e dell'art. 3 in particolare (il principio di uguaglianza). Il ruolo centrale di Anm è riconosciuto puntualmente, in apertura di ogni suo congresso nazionale, conia presenza del Presidente della Repubblica. Questa volta era presente Sergio Mattarella che, in quanto presidente del Csm, a giugno scorso con un tono di gravità che non gli è usuale ha stigmatizzato quanto era emerso, e in particolare le collusioni tra politici sotto processo e giudici in carica al Csm, per indirizzare le nomine dei magistrati che di quei processi si sarebbero dovuti occupare.
Il Csm va "smilitarizzato" politicamente, ha insistito il suo vicepresidente Davide Ermini ieri a Genova, e il ministro della giustizia Bonafede ha assicurato che nel progetto di riforma del Consiglio non ci sarà la nomina per sorteggio. Un tale sistema, sottraendo rappresentatività vanificherebbe in effetti buona parte del ruolo riservatogli negli equilibri costituzionali. Ugualmente rischiosa - lo ha sottolineato Poniz - sarebbe la presenza di due Csm distinti per giudicanti e requirenti.
Il tema costante, in quasi tutti gli interventi di questa tre giorni congressuale, è stato rappresentato dai fatti degenerativi di maggio/giungo scorsi, e gli effetti deleteri di un sistema elettorale del Csm (con collegio unico nazionale) causa di un correntismo sfrenato. Spiace dover assistere in questo congresso a un, pur necessario, ripiegamento di Anm su se stessa, in un autoesame fatalmente autoreferenziale.
Non per nulla "Gardone 1965" è stato richiamato così spesso; un evento che dimostrò la straordinaria vitalità progressiva della magistratura del secondo dopoguerra; "Genova 2019" risponde allo spirito dei tempi. Il crollo del viadotto Morandi è stato ricordato più volte, per dare il senso di una presenza solidale dei magistrati in città; in fondo è anche metafora del crollo drammatico di qualcosa che si pensava impossibile cedesse. Ecco, facciamo che le ricostruzioni siano davvero rapide, entrambe.
*Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Genova










