di Carlo Alberto Romano
Corriere della Sera, 8 ottobre 2020
Un ragazzo si è tolto la vita in carcere; possiamo solo chiedere scusa. A lui e a tutti coloro che abbiano ancora voglia di piangerlo. Un ragazzo si è tolto la vita in carcere. Preferisco non aggiungere altro alla essenzialità di questo fatto, perché ogni aggiunta, anche un semplice aggettivo, porterebbe inevitabilmente qualcuno ad attribuire connotazioni causali. Infatti se al crudo fatto si collegasse, per ipotesi, la circostanza che egli rientrava in carcere da una misura esterna, l'attenzione si sposterebbe sulla magistratura che ne ha disposto il destino.
Se si ricordasse invece e a titolo esemplificativo la necessità di isolamento, il discorso scivolerebbe sul deterioramento delle condizioni di vita che la pandemia ha prodotto in generale per tutti i detenuti e in special modo per coloro che rientrano da una esperienza di esecuzione in comunità.
Se fossero evocati eventuali disturbi del comportamento non mancherebbe chi richiamerebbe le carenze del nostro sistema penitenziario, che troppo spesso porta in carcere chi dovrebbe invece curare altrove le proprie patologie. Se poi fosse ventilato un coinvolgimento in un fatto giudiziario in cui questo ragazzo era vittima, allora lo scenario chiamerebbe in causa incapacità di ascolto da parte di chi è chiamato a vigilare sulla sicurezza dei cittadini, detenuti inclusi. Se si dicesse poi che il ragazzo era africano, certamente i commenti avrebbero insistito sulla tragica ineluttabilità di alcune esistenze. Ma questi discorsi non servono più, annodati nel cappio che li ha stretti mortalmente e ha tolto loro senso.
Oggi possiamo - anzi dobbiamo - solo riconoscere che la morte di un ragazzo in carcere è la nostra sconfitta; la sconfitta di una istituzione che non è in grado di assolvere al mandato costituzionale se neppure riesce a mantenere in vita chi dalla costituzione gli viene affidato.
La sconfitta di una comunità che durante la pandemia focalizza l'attenzione su qualche decina di 41bis ignorando il dramma di migliaia di persone detenute in condizioni assolutamente incompatibili con le quelle procedure anti contagio che fuori sono invece rese obbligatorie per preservare la salute pubblica.
La sconfitta di un pensiero che dopo aver constatato che, durante l'emergenza, il carcere può tranquillamento essere sostituito da altre misure di comunità non ha il coraggio di renderle definitive dopo il (supposto) venir meno dell'emergenza. La sconfitta di un sistema che ha comunque paura di rendersi consapevole della propria inutilità concettuale, come dimostrano le ricerche svolte in altri paesi nei mesi della pandemia, nelle quali si è rilevato che il rilascio di persone non ha prodotto quell'aumento dei reati che pure da taluni era stato preannunciato come inevitabile.










