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di Fabrizio Cicchitto*

Il Dubbio, 30 giugno 2026

Caro Direttore, credo che valga la pena tornare sui risultati del referendum che hanno colto di sorpresa i sostenitori del Sì per la sconfitta non prevista specie in quelle proporzioni. Inoltre, non ci sembra che ci sia la dovuta sensibilità proprio nel campo del Sì delle conseguenze negative su quella sconfitta. Bisogna comunque partire da una valutazione generale: o il Sì in qualunque referendum coinvolge larga parte di entrambi gli schieramenti politici fondamentali, oppure esso è votato alla sconfitta.

Infatti, nel caso in cui il bipolarismo non sia superato, il Sì inevitabilmente divide il campo e invece il No può unire un fronte largo anzi larghissimo: nel recente referendum sul No si sono ritrovati forze totalmente eterogenee, da Askatasuna e dai Pro Pal fino a raggianti centristi come Paolo Gentiloni e Pierferdinando Casini. Qui veniamo però alla atipicità degli schieramenti politici coagulatisi sul Sì e sul No al referendum. Il Sì proveniente dal consenso sulla Legge Vassalli del 1989 avrebbe dovuto co agulare in partenza tutta l’area della sinistra garantista e riformista. Ma a quest’area, dopo il 92-94, e dopo la sconfitta del Psi, dei Partiti laici e di larga parte della Dc, ad opera del pool di Mani Pulite, del pool dei 4 grandi giornali, del Pci-Pds in versione ultra berlingueriana, praticamente è ridotto ai minimi termini. Così è avvenuto che per il Sì si è pronunciato il centrodestra, dove solo Forza Italia era davvero convinta sul valore di quella battaglia e dove solo i Presidenti di Regione leghisti hanno svolto un ruolo trainante.

Il resto del centrodestra ha sostenuto la causa con grande fatica. Sul lato del No, invece, è emerso che lo schieramento coagulatosi nel 92-94 e che comunque ha portato alla fine della Prima Repubblica, è tuttora un blocco politico e di potere assai agguerrito. In questo caso, esso è stato guidato in modo ferreo dall’Anm, con la convergenza convinta di tutto il M5S, di tutta Avs, di larghissima parte del Pd, dove solo alcune isolate personalità dell’area riformista, quella per intenderci tutta schierata a favore della Ucraina, coraggiosamente hanno espresso un SÌ del tutto marginale e minoritario.

Tutto ciò però mette in evidenza che la questione giustizia rimane del tutto aperta e che essa richiederebbe (usiamo il condizionale viste alcune defezioni sopravvenute) anzi tuttora richiede una grande battaglia politica a livello parlamentare e della pubblica opinione. Infatti in seguito alla vittoria del No, sta emergendo il volto peggiore di una magistratura che certamente ha al suo interno posizioni rigorose, nobili e talora ad alto rischio, ma che nel suo complesso sta esprimendo linee arroganti aggressive e del tutto unilaterali.

Per passare poi dalla questione generale a precise questioni di merito sul terreno legislativo, riteniamo che una scelta specifica assai importante riguardi il rafforzamento del Gip, che va sotto il nome di collegialità del Gip, una fondamentale figura di garanzia in una fase decisiva, quella delle indagini preliminari dove massimo è il potere dei pm, con l’uso della polizia giudiziaria (indagini, intercettazioni, pedinamenti e quant’altro, e quello altrettanto incisivo dei cronisti giudiziari che sono il braccio mediatico di chi passa loro notizie fondamentali per orientare l’opinione pubblica.

Non a caso, proprio contro il Gip collegiale, si è pronunciato il presidente dell’Anm Tango fortunatamente contrastato da Enrico Costa capigruppo di Forza Italia. Per tutte queste ragioni il sottoscritto ha sostenuto che il Comitato Vassalli doveva rimanere in campo sul decisivo terreno della battaglia garantista sulla giustizia in stretta intesa con le camere penali e altri comitati. Si è deciso invece la trasformazione del Comitato in soggetto politico partitico (Federazione socialista riformista) che dovrebbe diventare una delle tante sigle del Terzo Polo in formazione. In questo modo si rischia di togliere dal campo sul terreno della Giustizia, un soggetto nel quale i Socialisti riformisti potevano svolgere un ruolo assai incisivo e della massima visibilità.

Sono convinto che nella situazione attuale il Socialismo riformista può far valere le sue ragioni nel modo più efficace attraverso la cultura socialista e sta esprimendo le sue analisi e i suoi valori con una molteplicità di soggetti individuali e collettivi che si fanno sentire con forza nel dibattito politico e culturale. Mentre l’eventuale rinascita del Psi potrà avvenire solo Se e Quando scoccherà una scintilla fra le nuove generazioni, con l’affermazione di nuovi leader e di nuovi militanti. In ogni caso, la battaglia per la riforma della Giustizia e per la contestazione a viso aperto degli orientamenti negativi di una parte assai aggressiva però della magistratura è una esigenza assolutamente prioritaria che troverà la sua espressione in alcune forze politiche, in alcuni giornali, e nelle camere penali che da tempo stanno conducendo una battaglia non corporativa ma valida per tutta la società italiana.

*Presidente ReL (Riformismo e Libertà), direttore Civiltà Socialista