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di Luigi Manconi e Chiara Tamburello

La Repubblica, 15 giugno 2024

Lo Stato, custode per legge dei corpi detenuti all’interno delle proprie carceri, può permettere che quegli stessi corpi decadano e muoiano? Una particolare forma di protesta pericolosa e allo stesso tempo nonviolenta è rappresentata dallo sciopero della fame. È pericolosa perché mette a rischio la salute psichica e fisica di chi lo attua e nonviolenta perché non lede l’incolumità di terzi e affronta il potere e le sue ingiustizie senza arrecare danni materiali a cose e a persone. Nel nostro Paese, in passato, la sospensione dell’alimentazione è stata una forma di mobilitazione promossa principalmente dal Partito radicale e da Marco Pannella; e da qualche decennio viene praticata di frequente nelle carceri in quanto unico strumento nonviolento di cui dispongono i detenuti. Ma si deve ricordare che settant’anni fa, a ricorrere al digiuno così come ad altre forme di disobbedienza civile, fu il movimento che si aggregò intorno a Danilo Dolci.

Alla base di una scelta tanto radicale si trova la rivendicazione di un diritto, la richiesta di un cambiamento, una domanda di ascolto. Sono queste le ragioni che hanno indotto gli operai della fabbrica ex Gkn di Campi Bisenzio, in provincia di Firenze, a iniziare uno sciopero della fame che ormai è in corso da qualche settimana. Da tre anni quei lavoratori portano avanti una difficile mobilitazione contro i licenziamenti, la chiusura della fabbrica e la sua delocalizzazione. In questo caso è una forma di lotta che si combina con altre, anche molto diverse, praticate dagli stessi operai della ex Gkn.

Una scelta estrema che, con modalità differenti, qualche settimana fa è stata promossa da alcuni studenti dell’università Sapienza di Roma per richiedere alla rettrice un dibattito pubblico sugli accordi tra l’accademia italiana e quella israeliana; e ancora da Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino, che per circa venti giorni ha condotto un digiuno per richiedere un intervento di legge al fine di contrastare il sovraffollamento carcerario e la crescita del numero dei suicidi tra i detenuti e gli agenti penitenziari.

Ancora diverso e più delicato è lo strumento dello sciopero della fame quando praticato da reclusi. Un anno fa, per mesi, si è parlato dell’anarchico Alfredo Cospito e del suo sciopero contro il regime speciale del 41-bis cui era sottoposto. Una protesta durata 181 giorni, iniziata il 20 ottobre del 2022 e conclusa il 19 aprile dell’anno successivo. Lo ricorda bene un libro pubblicato di recente da Fandango: “Hunger Strike. Sciopero della fame e martirio politico”.

L’autore, Alberto Nettuno, ricercatore di filosofia e studioso di bioetica, attraverso un’attenta analisi, traccia non solo la storia dello sciopero della fame come atto politico in cui il corpo diventa strumento di lotta, ma ripercorre alcuni casi significativi. Oltre alle vicende dei prigionieri politici dell’Irlanda e della Turchia riprende un pezzo di storia italiana spesso trascurato: lo sciopero della fame nel carcere di San Vittore, a Milano, nel 1981 e quello dei brigatisti rossi nella sezione speciale del carcere di Nuoro tra il 1983 e il 1984. A partire da qui Nettuno evidenzia la “natura biopolitica” di quelle azioni e, citando la vicenda di Cospito, spiega come la “scandalosa immagine di un corpo trasfigurato” che si mostra all’opinione pubblica “diventa uno “spettacolo” indegno di una società che si autodefinisce “civile”.

La questione è proprio tutta qui: lo Stato, custode per legge dei corpi detenuti all’interno delle proprie carceri, può permettere che quegli stessi corpi decadano e muoiano? La storia di Alfredo Cospito insegna che il tempo per salvare una vita può ridursi a una manciata di giorni. E, ricordiamolo, l’anno scorso, nell’arco di pochi mesi, ben tre reclusi sono morti a seguito di digiuno, senza che le autorità intervenissero e che l’opinione pubblica ne fosse messa a conoscenza.

In queste settimane due persone detenute hanno intrapreso, a loro volta, uno sciopero della fame. Il primo è Zaccaria Mouhib, conosciuto come Baby Gang, uno dei rapper più ascoltati in Italia. Il giovane, dopo la revoca degli arresti domiciliari cui era sottoposto, si trova nel carcere minorile di Lecco e ha iniziato a digiunare per denunciare le condizioni di detenzione. La seconda è Maysoon Majidi, non ancora trentenne, regista curdo-iraniana reclusa a Castrovillari, in Calabria. È accusata di aver guidato una barca dalla Turchia all’Italia con a bordo migranti che, come lei, fuggivano da regimi dispotici, da persecuzioni e da guerre. È accusata di essere una “scafista”; rischia tra i 6 e i 16 anni di carcere e il pagamento di 15.000 euro per ognuna delle persone sbarcate. È in custodia cautelare da sei mesi e venerdì scorso il tribunale di Crotone ha ancora una volta respinto la richiesta di arresti domiciliari.

Maysoon ha intrapreso per tre volte lo sciopero della fame e ora, ridotta a 41 chili di peso, attraversa uno stato di profonda depressione. In queste ore si apprende che il giudizio immediato sarebbe fissato per il 24 luglio prossimo. C’è da augurarsi che, in quella sede, Maysoon abbia la possibilità di far sentire la propria voce e di opporsi a una impostura che rischia di trasformare lei, vittima, in una complice dei carnefici.