di Federica Pennelli
Il Domani, 27 luglio 2026
La città si avvia verso le comunali del 2027. Crescere nel capoluogo, per molti ragazze e ragazzi, significa spesso abitare contesti di marginalità sociale. Crescere a Milano, per molti ragazze e ragazzi, significa spesso abitare contesti di marginalità sociale, troppo spesso raccontati solo attraverso lenti repressive e stigmatizzanti. La disfida Calabresi-Majorino. Rischio primarie pure a Milano Abitare il possibile Anche partendo da questo dato di realtà l’organizzazione umanitaria WeWorld, attraverso il progetto We Care, cerca di proporre un approccio integrato tra dimensione clinica ed educativa. L’obiettivo è riconoscere i segnali di disagio e attivare percorsi di accompagnamento, ricostruendo i legami tra adolescenti, famiglie e scuola.
Una serie di attività che rispondono al “progressivo disinvestimento nel welfare pubblico - dice Greta Nicolini, coordinatrice comunicazione e direttrice del festival di WeWorld - che ha prodotto servizi sempre più frammentati, che finiscono per lasciare soli i più fragili”. “Uno dei casi che racconto spesso - dice Valentina Rizzi, coordinatrice dei programmi domestici - è quello di un ragazzo in ritiro sociale che non usciva più da casa. Ci ha contattati l’allenatore di calcio che non lo vedeva più. Ha iniziato un percorso con noi dal balcone di casa, perché per lui era l’unico luogo sicuro per potersi relazionare”.
Il lavoro nelle periferie milanesi riguarda giovani che vivono intrecci di vulnerabilità sociali, economiche e familiari dove “non solo la loro voce non viene ascoltata, ma spesso viene stereotipata”. La riappropriazione dei diritti e l’ascolto sono al centro degli interventi dell’organizzazione, che lavora in una città che ha anticipato il fenomeno della gentrificazione, in cui “la periferia viene sempre più inglobata da interessi economici e immobiliari, mentre le persone vengono espulse”. Da città modello a città per pochi: è questa la vera crisi di Milano Il conflitto generativo In questo quadro, il tema della classe sociale torna a essere centrale. A oggi possono servire fino a cinque generazioni per cambiare la propria condizione socioeconomica di partenza. Tutto questo fa emergere la rabbia dei giovani, che è stata esposta nei laboratori partecipati che trasformano il “non è giusto” in consapevolezza collettiva.
Una rabbia politica, che prende forma in frasi come: “Nasci povero e muori povero, indipendentemente da quanto ti impegni a fare ed essere”. E ancora: “Viviamo in un posto in cui siamo uguali apparentemente ma nel profondo ci sono classi diverse di persone in base ai soldi e alle opportunità”. Pensieri di giovani delle scuole medie e superiori, nati dall’intreccio di rabbia e consapevolezza di classe. Sentimenti che spesso il mondo adulto tende a derubricare nel tentativo di renderli innocui; per paura e vigliaccheria.
“Gli viene insegnato che la rabbia è cattiva e non va espressa - racconta Martina Albini, coordinatrice del centro studi - ma la rabbia sociale crea conflitto generativo”. Bisogna smettere di pensare di sapere di cosa hanno bisogno le persone giovani e lavorare “con e per loro, che ci chiedono innanzitutto spazio fisico da poter vivere”. Ma chiedono anche conflitto. “Ci dicono che a loro non è mai concesso di fare un errore perché “o rientro nel prototipo del ragazzino della periferia o, se provo a sbagliare per crescere e imparare, mi danno dello stupido come a scuola”. È emerso infatti che la scuola, che un tempo fungeva da ascensore sociale, è invece un luogo “che li fa stare male” e di cui odiano soprattutto la “retorica del merito”.
Io, milanese troppo povero. La città che espelle i suoi figli Creare reti, costruire fiducia Il tema dell’abbandono scolastico resta un nodo strutturale. “Il sistema scuola è molto performativo - spiega Rizzi - chi ha e chi può riesce, chi non ha fatica e spesso il percorso non è calibrato sugli interessi e le competenze dei ragazzi; così arriva il fallimento e poi l’abbandono”. Nel quartiere Barona il programma Frequenza 200 prova a sostenere la permanenza a scuola con supporto allo studio e orientamento. Ma le disuguaglianze si estendono in più campi della vita: il 92 per cento dei giovani coinvolti nei progetti non praticava sport per ragioni economiche, mentre ora possono accedervi gratuitamente. C’è poi il periodo estivo, acceleratore delle disuguaglianze: molte famiglie non possono permettersi vacanze o centri estivi. Proprio per questo in estate la onlus intensifica il suo intervento su più fronti.
“Rimaniamo aperti più a lungo nei servizi e offriamo gratuitamente delle vacanze: per alcuni ragazzi è stata la prima volta che vedevano il mare o la montagna”. Le scelte politiche degli ultimi anni hanno “spostato le persone ai margini - afferma Nicolini - soprattutto chi vive in condizione di maggiore vulnerabilità dove lo Stato è presente più attraverso controllo e sicurezza che attraverso opportunità reali”. Proprio per questo il lavoro portato avanti da WeWorld è quello di “tenere insieme i bisogni delle persone e di essere un ponte verso i servizi già esistenti, costruendo continuità nei territori”. Dare ascolto, fornire risposte, indirizzare le persone e dar loro fiducia per Nicolini sono i temi fondamentali: “Bisogna creare una rete che non scarichi tutto sull’individuo, ma che lo sostenga”. Addio a Porta Genova. Milano cambia, ma per chi?










