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di Giuseppe Legato

La Stampa, 17 luglio 2023

Amarezza e incredulità per le nuove iniziative legislative in cantiere. Dopodomani a Palermo si commemora Borsellino ed il clima è già teso. Se non è rabbia è diffidenza, amarezza. Incredulità. L’altalena degli stati d’animo dell’antimafia siciliana alla vigilia delle commemorazioni, dopodomani, del magistrato Paolo Borsellino, non è una premessa idilliaca per il governo guidato dalla premier Meloni che del “giudice” assassinato da Cosa Nostra 57 giorni dopo il collega Giovanni Falcone, ha sempre rivendicato un ispiratore della sua “scelta” politica.

La ventilata modifica del reato di concorso esterno in associazione mafiosa, rilanciata dal ministro Carlo Nordio nonostante le bordate, tutt’altro che amiche, di Matteo Salvini e del sottosegretario Alfredo Mantovano (oltreché di una serie di autorevoli voci di procuratori in prima linea nella lotta al crimine organizzato), salvo arrendersi (ieri) al fotofinish dopo il “muro” eretto a Tunisi dalla premier, è ritenuta inconcepibile nel merito (in sè e per sè) e nel metodo (soprattutto legato alle tempistiche delle esternazioni di Nordio).

E - in questo senso - il perentorio giudizio del professor Nando Dalla Chiesa aiuta a comprendere il termometro delle sensibilità: “Un autogoal così clamoroso era difficile immaginarlo” dice. “La Meloni assicura che ha imparato a fare politica partendo dagli insegnamenti di Borsellino e il suo ministro le smonta il diritto dell’antimafia”. Ancora: “Ci sono molto magistrati bravi che non hanno un’idea di che cosa sia la mafia, non gliela insegnano all’università e nemmeno dopo. E se gli capita un’inchiesta, per la sola circostanza di averla condotta, credono di averne le coordinate. Mettersi a discutere come se il diritto sulla mafia possa venire dall’empireo è la cosa peggiore che un magistrato possa fare. C’è, invece, una storia che evidentemente non si conosce”. In definitiva: “Non si possono dire certe cose la settimana prima che si ricordi Borsellino”.

Ossimoro, evanescente: cosi Nordio aveva rubricato il concorso esterno in associazione mafiosa nei giorni scorsi. “Quando sento fare certi giochi di parole - racconta Dalla Chiesa - mi chiedo di cosa stiamo parlando, di quale spessore ci sia dietro quell’elaborazione. È davvero stupefacente”. Sull’annuncio di Meloni di voler partecipare (“come tutti gli anni”) alla commemorazione di via D’Amelio è lapidario: “Mantovano, che ho conosciuto quando ero in Parlamento e pur col quale vi erano posizioni diverse, ne avrebbe diritto. Vediamo se la premier userà questa occasione per chiuderla con le domande di esenzione dal diritto e con la cancellazione della storia giuridica dell’antimafia”. Con una premessa in coda: “Non si giochi con il nome di Borsellino”.

Salvatore, fratello di Paolo, fondatore del movimento delle Agende Rosse, è - se possibile - ancora più dirette: auspica una rimozione di Nordio da ministro: “Mi auguro che quando la Meloni verrà qui lo faccia dopo aver preso decisioni su di lui, bloccandolo, perché pare davvero voler demolire la legislazione voluta da Falcone e da mio fratello. Scegliere queste tempistiche per certe esternazioni - aggiunge - che vanno esattamente nel senso contrario del ricordo di un impegno costato la vita, è inammissibile”. Borsellino parla di aspettative tradite: “Le parole di Nordio seguono alla nomina a capo della commissione parlamentare antimafia di Chiara Colosimo della quale non si possono negare i contatti amichevoli con un terrorista (il neofascista Luigi Ciavardini). Ecco, se non ci sarà chiarezza su tutto questo contesteremo alzando le nostre agende rosse, in maniera pacifica perché il patrimonio di Falcone e Borsellino non si custodisce così”.

Dario Montana, fratello del commissario della squadra Mobile ucciso da Cosa Nostra il 28 luglio del 1985, è netto: “Questo governo e questo ministro stanno riportando indietro di 20/30 anni le lancette del dibattito giuridico e dell’evoluzione del nostro Paese. Il concorso esterno non è né ossimoro né invenzione, ma un reato che viene perseguito con la combinazione di una serie di norme che sono già nel nostro codice penale. In questo paese - aggiunge - bisogna fare i conti con l’etica e la selezione del personale politico e invece che pensare a separare le carriere di giudici e pm si dovrebbe ci si dovrebbe occupare di inserire nella Costituzione quello che l’Europa ci chiede da tempo: il diritto alla verità. Per noi ancora negato”. L’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino e dei figli della sorella del giudice, Adele, nel processo, su cui pende Appello, per il depistaggio di via D’Amelio, invoca impegno governativo “su altri temi allontanandosi da campagne innocentiste. Piuttosto che essere presenti per fare dichiarazioni di cerimonia - dice - sarebbe il caso di schierarsi accanto a chi lotta per l’accertamento di verità e giustizia”.