di Venanzio Postiglione*
Corriere della Sera, 29 aprile 2024
Avvocata, prefetta, primaria (e femminicidio). Servono parole nuove, per battere antichi stereotipi: e la pedagogia del linguaggio passa da varietà e condivisione. Uomini e donne. Parole nuove contro stereotipi, ripartire da varietà e condivisione. “Lo so. Il nostro è un mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini, la loro dittatura è così antica che si estende perfino al linguaggio. Si dice uomo per dire uomo e donna, si dice bambino per dire bambino e bambina, figlio per dire figlio e figlia... La prima creatura non è una donna, è Adamo. Eva arriva dopo per divertirlo e combinare guai”. È scritto bene, vero? Infatti è una frase di Oriana Fallaci nel libro Lettera a un bambino mai nato. Sono passati 50 anni, ma forse non sono passati.
In principio fu una costola, appunto, nella Genesi. “Il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò. Gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Formò una donna e la condusse all’uomo”. Il serpente, la tentazione e il ruolo di Eva sono abbastanza noti, diciamo, li diamo per letti. Ma non è solo nella Bibbia, altrimenti sarebbe semplice. “Stereotipo” viene dal greco antico stereòs, rigido, e typos, impronta. L’impronta della rigidità, quando sappiamo che invece l’homo è diventato homo sapiens perché flessibile. Lo stereotipo nasce nella notte dei tempi. Nella Teogonia di Esiodo, ottavo secolo avanti Cristo, Zeus crea la donna con un obiettivo sereno: punire l’umanità. Il motivo è che Prometeo, geniale, (un maschio) aveva rubato il fuoco, l’aveva donato a noi mortali e aveva acceso la civiltà. La donna creata si chiama Pandora e ha due caratteristiche luminose: ingannatrice e bugiarda. Anche un po’ tonta. Le affidano il vaso, il famoso vaso di Pandora, con dentro tutti i mali del mondo. E lei, una sprovveduta, toglie il coperchio, fa uscire i flagelli e ci rovina per sempre. Giù, in fondo al recipiente, resta soltanto la speranza. L’unica cosa che doveva venir fuori rimane dentro.
E adesso arriva un passaggio epocale. Agamennone, un re brutale, guida i Greci alla conquista di Troia. Prima di partire, per avere il favore degli dei, sacrifica la figlia Ifigenia. Terribile. Sparisce in guerra per dieci anni. La moglie Clitennestra ha una storia con Egisto: Agamennone torna, finalmente, e loro lo uccidono. Ha conquistato Troia ma fa una brutta fine. E qui, seguitemi, è una grande storia, entra in scena il figlio Oreste: ammazza la madre Clitennestra per vendicare il padre Agamennone. La dea Atena inventa l’Aeropàgo, il primo tribunale del mondo: deve giudicare Oreste. I voti sono pari e allora decide la presidente, Atena, che è nata direttamente dalla testa di Zeus, quindi senza madre: assolve Oreste. Eva Cantarella dice che è il salto dalla vendetta alla giustizia. Vero. Ma è anche la consacrazione della società patriarcale: uccidere la madre, in nome del padre, si può. Fatto. I posteri prenderanno nota.
Sono meravigliose, le donne del mito. E, allo stesso tempo, prigioniere del loro stereotipo. Di più: una galleria di stereotipi. Per l’eternità. Didone soffre, si dispera e si uccide per amore: Enea la abbandona perché ha una missione molto maschile, lui, il progenitore dei Romani. Medea è viscerale e vendicativa, anche spietata. Elena è bellissima, irresistibile e ambigua, fa scoppiare la madre di tutte le guerre. Penelope aspetta il marito per vent’anni e cresce il figlio da sola. Circe è una maga subdola e inquietante. Calipso nasconde Ulisse al mondo in un rapporto esclusivo: lui sogna di andarsene e piange da solo, in riva al mare. Andromaca saluta Ettore sulle porte Scee e conosce già il suo destino: diventerà schiava, sarà un bottino di guerra. Un bottino di guerra. Tremila anni fa come adesso.
I Greci hanno inventato la democrazia. È una verità, ma dimezzata. Hanno inventato la democrazia maschile: votavano solo gli uomini. Le donne avevano la cittadinanza, quindi libertà personale, matrimonio, eredità, ma non i diritti politici, non la vita dello Stato. In Italia il suffragio universale è arrivato nel 1946, lo sappiamo bene, Paola Cortellesi ha fatto un film bellissimo. Nell’antica Roma, la donna passava dal pater familias al marito, il divorzio lo decideva l’uomo, la mamma dei Gracchi mostrava i figli orgogliosa, “ecco i miei gioielli”, ma lei? Chi era lei? Wikipedia dice: “Cornelia, famosa per essere la madre dei Gracchi”. Ottimo. La giovane Lesbia dava scandalo perché era una donna libera. Cicerone ne era inorridito. Catullo la amava e la odiava, odi et amo, con una tempesta interiore, una passione struggente che ci tolgono il respiro ancora oggi.
Uomini e donne. Parole nuove contro stereotipi, ripartire da varietà & condivisione
I finali sono alquanto conosciuti, quindi ne possiamo parlare, non riveliamo nulla. Madame Bovary e Anna Karenina. Flaubert pubblica il romanzo nel 1856 e Tolstoj nel 1878: quanto sono lontane la Francia e la Russia nell’Ottocento? Ma tanto, tantissimo. Eppure. Gli amori di Emma e Anna sono tormento puro, sono rivolta e vergogna, sono la sfida impossibile alle convenzioni. Flaubert e Tolstoj le inventano, Flaubert e Tolstoj le condannano. È lo scotto che pagano alla società: va bene lo strappo, va bene la scelta, va bene la forza personale, ma devono morire. Non possono che morire. Il reato di libertà femminile prevede il suicidio. Con il veleno o sotto a un treno: cambia poco. Fa eccezione, ed è una rivoluzione e uno scandalo, Casa di bambola di Ibsen, anno 1879. Ci parla ancora, e molto, tanto che nel 2006 è stata l’opera teatrale più rappresentata al mondo. Nora lascia il marito e l’aria irrespirabile della famiglia in cerca della sua identità. Se ne va, se ne va via, e la novità è che non si uccide. “Ho doveri prima di tutto nei confronti di me stessa”. Il tonfo della porta che si chiude diventa la metafora del mondo che si apre. Il mondo dell’autodeterminazione. Che parola meravigliosa: autodeterminazione. Nora di Ibsen si prende la vita: non è Penelope paziente, Elena attraente, Andromaca sposa, non c’è già un destino scritto (da qualcuno) e definito e preciso e immutabile.
L’altra mattina, nel centro di Milano, si sono scontrati un’auto e un furgone. Nell’auto c’erano un papà e un figlio piccolo. Il padre, purtroppo, non ce l’ha fatta, se ne è andato sul colpo. Il bimbo, salvo ma ferito, è stato portato in ospedale, in chirurgia, per un intervento. Solo che il primario, prima di operare, ha urlato: “Non posso! Questo bambino è mio figlio!”. No, un attimo, ho fatto confusione, il papà è morto nell’incidente, non può essere il primario... Ho sbagliato? Ho sbagliato, giusto? No, non ho sbagliato. Il primario era donna ed era la mamma. Storia già nota, ma ripeterla non fa male. Bastava che dicessi la primaria. O basterebbe che ci fossero più donne anche ai vertici degli ospedali visto che (per fortuna) ci sono più donne nella Sanità. Tra i medici in generale le donne sono il 49,9 per cento, la metà, e sotto i 45 anni sono il 63,8 per cento. Tra i primari sono soltanto il 17,9 per cento. Magari un giorno in ospedale incontriamo veramente una primaria. Io l’abbraccio.
I pre-giudizi sono una colpa fino a un certo punto: sono il modo in cui funziona il cervello. Contesto, abitudini, anche la mente ha la sua comfort zone. Ma se li vogliamo abbattere bisogna prima di tutto riconoscerli. Gli stereotipi sono lo specchio del vecchio mondo, modestamente vorremmo costruire il mondo nuovo. Per i David di Donatello del 2018 Stefano Bartezzaghi scrisse un monologo strepitoso, che recitò Paola Cortellesi, sembrava cabaret e invece era un’orazione civile. “È impressionante vedere come nella nostra lingua alcuni termini, che al maschile hanno il loro legittimo significato, se declinati al femminile assumono tutto un altro senso, diventano un luogo comune, sempre lo stesso, con ammiccamento verso la prostituzione. Un uomo di strada: un uomo del popolo. Una donna di strada... Un uomo disponibile: un uomo gentile. Una donna disponibile... Un passeggiatore: un uomo che cammina. Una passeggiatrice... Un uomo con un passato: con una vita brillante. Una donna con un passato....”. E l’elenco è lungo e farebbe pure ridere se non fosse una tragedia linguistica.
Non è semplice risalire la montagna delle parole. Anche i termini della medicina e della psichiatria sono pieni di pregiudizi. Quando i figli hanno qualcosa è sempre un problema di mamme. Le madri-frigorifero portano all’autismo, le madri-drago conducono all’anoressia, le madri delle caverne determinano le intemperanze, le madri dei mammoni non lo diciamo neppure, le madri-coccodrillo divorano gli eredi, le madri indesiderate fanno sfracelli... mi fermo qui, se no facciamo notte. Sui padri, è strano, il supermercato planetario del luogo comune è meno fornito.
Ci si mettono anche le fiction. La collega Elisa Messina si è vista un po’ di titoli. A febbraio Califano, a seguire Mameli. E prima abbiamo visto Volare, la grande storia di Domenico Modugno, Giuseppe Moscati, l’amore che guarisce, Perlasca, un eroe italiano. E invece la serie sulla vita di Oriana Fallaci si intitolava L’Oriana, lei l’avrebbe presa bene. E adesso, quella su Rai 1, dedicata all’astrofisica Margherita Hack, si chiama Margherita delle stelle. Ha perso il cognome pure lei e io mi ricordo che ci teneva. Siamo in attesa di Ciao Rita! per Levi Montalcini.
La realtà cambia se cambiano le parole che usiamo per raccontarla e rappresentarla. Lo diceva già la linguista Alma Sabatini in Raccomandazioni per un uso non sessista dell’italiano, manuale per la presidenza del Consiglio del 1987: le raccomandazioni valgono ancora oggi. Direi che il linguaggio deve diventare in fretta più inclusivo. Ma non basta. Ci vuole un passo in più. L’ho capito leggendo il libro, illuminante, della sociolinguista Vera Gheno Chiamami così. Intanto c’è una parola più bella di diversità ed è varietà. “Una realtà in trasformazione richiede pensieri e parole mutevoli, che si aggiornino in base alle esigenze della società”. Verna Myers, vicepresidente per l’inclusione di Netflix, l’ha detto bene: “Diversità è venire invitati alla festa, inclusione è venire invitati a ballare”. Ma Vera Gheno lo dice ancora meglio: “Diversità è andare alla festa, inclusione è essere membro del comitato che la organizza”. Aggiungo io: un termine ci sarebbe, perfetto. Condivisione.
Nel greco antico, la lingua geniale, logos significa sia pensiero che parola. Perché sono la stessa cosa, perché l’umanità è nata con il linguaggio. Il tempo delle donne richiede pensieri nuovi e quindi parole nuove, parole nuove per avere pensieri nuovi. Non una semplice fotografia della realtà, altrimenti non avremmo termini astratti come utopia, sogno, meraviglia. In quale futuro vogliamo abitare? Quale futuro sappiamo immaginare? L’italiano è una lingua bellissima, ricca di poesia e di sfumature, una lingua colorata: usiamo tutta la tastiera, tutti i toni, tutto l’arcobaleno.
Il tempo delle donne prevede una pedagogia del linguaggio. Che è in corso, non siamo all’anno zero, ma ha bisogno ancora di molte tappe. Sentite il titolo del rapporto Cnr dell’anno scorso: L’abbattimento degli stereotipi di genere, una meta ancora all’orizzonte. Giusto e onesto, ma al confronto gli slogan della Democrazia cristiana sembravano rivoluzionari. E allora ha ragione la linguista Cecilia Robustelli: “La lingua non solo rispecchia una realtà in movimento, ma può svolgere una funzione ben più importante, quella di rendere più visibile lo stesso movimento e contribuire così ad accelerarlo”.
È per questo che è nato il termine “femminicidio”. Per una risposta, finalmente, culturale. Parliamo di donne uccise perché donne, dove l’uomo si considera proprietario dell’anima e del corpo della donna, fino ad annullarne la libertà e la vita. Non un omicidio generico. Carlotta Vagnòli, il testo si chiama Poverine, lo dice meglio di me: “Le donne muoiono per possesso e cultura patriarcale, non per troppo amore. Non esiste il troppo amore e qualcuno ce lo dovrà pur insegnare, prima che altre centinaia di donne muoiano per questa colossale bugia”. Ecco il punto: “Dare un nome a un fenomeno ci insegna a riconoscerlo e comprenderlo”. E a spingere a dire le due parole magiche: “Ci riguarda”.
Uomini e donne. Parole nuove contro stereotipi, ripartire da varietà & condivisione
I termini corrono, cambiano, non siamo un’accademia in cima al Monte Bianco. L’italiano ha il femminile e il maschile. Dire avvocata, prefetta, sindaca, non è un capriccio o un gioco di società: aiuta le ragazze a pensarsi in quel ruolo, a vedersi lì. Perché è normale, non perché è uno strappo. Il linguaggio crea l’immaginario. E le frasi fatte, che già erano ridicole, adesso sembrano antiche come per incanto: sei una donna con gli attributi, brava e pure mamma, adesso ti spiego, era solo un complimento, non si può più dire niente... Non è vero che “non si può più dire niente”. È che, gentilmente, non bisogna ferire la metà della popolazione mondiale.
Confidiamo nelle ragazze, nei ragazzi. Che sono nativi digitali, nativi ecologisti e spesso anche nativi “corretti” e “sensibili”, perché figli di una società diversa. Ma non possiamo aspettare loro: sarebbe un alibi collettivo per non fare nulla. Il tempo delle donne e degli uomini assieme, fianco a fianco, finalmente alla pari, è esattamente adesso. La formazione emotiva non è l’aggiunta di un’ora nelle scuole con la verifica e il voto: è un esercizio quotidiano, un impegno collettivo, farebbe bene pure una lezione in più di poesia e la lettura ad alta voce di un romanzo. O magari un verso di Shakespeare al giorno: “Questo germoglio d’amore che si apre al mite vento dell’estate sarà uno splendido fiore quando ci rivedremo ancora”.
Cosa ci proporrà l’intelligenza artificiale? Cosa pescheranno gli algoritmi? Una ventata di stereotipi con il mostro scacciato dalla finestra che bussa di nuovo alla nostra porta oppure, al contrario, la capacità di scoprirli e svelarli più facilmente, quegli stereotipi? Tutto fa capire che dobbiamo sbrigarci. Le tecnologie più sofisticate possono cristallizzare le idee più retrive oppure spingere il nuovo linguaggio, il mondo della varietà.
Chiudiamo con l’Oriana, allora. “Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, dovrai batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse la mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza”. Fallaci, Lettera a un bambino mai nato. Sono passati 50 anni, ma forse non sono passati. Ricordate all’inizio? In fondo al vaso di Pandora, ancora chiusa e prigioniera, è rimasta la speranza. Vi direi: facciamola uscire.
*Questo testo è il contenuto della lectio magistralis “Cultura, stereotipi, linguaggio” che l’autore ha preparato per l’evento “Verso il Tempo delle Donne” svoltosi a Genova











