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di Michela Marzano

La Stampa, 30 luglio 2022

Quei testimoni con lo smartphone ci interrogano: che mondo vogliamo per i nostri figli? Pare che alcuni passanti abbiano filmato tutta la scena: un uomo, furioso per gli apprezzamenti rivolti da un ambulante di origini nigeriane alla compagna mentre i due si trovavano in corso Umberto, a Civitanova Marche, avrebbe iniziato a litigare con il nigeriano colpendolo più volte alla testa con una stampella e uccidendolo.

Pare che questi video, assieme a quelli dei sistemi di sicurezza, siano già stati acquisiti dalla polizia che, nel frattempo, ha fermato il presunto assassino. L’inchiesta seguirà il suo corso, e non è mia intenzione commentare la violenza del gesto, la futilità del motivo, il contenuto dei commenti dell’ambulante o l’aggressività dell’italiano. Lo si potrà fare più tardi, quando tutti gli elementi dell’accaduto saranno stati messi in fila con ordine. Ciò su cui, invece, vorrei interrogarmi sin da ora, è la reazione (o assenza di reazione) dei testimoni dell’accaduto. Persone che, a quanto pare, conoscevano l’ambulante - che frequentava da tempo corso Umberto - e che, di fronte all’uomo che lo stava picchiando a morte, hanno tirato fuori dalla tasca (o dalla borsa) il cellulare e hanno filmato la scena. Perché nessuno di loro è intervenuto? Perché il primo impulso è stato quello di filmare l’aggressione invece che bloccare l’assassino? Cosa avrei fatto io se mi fossi trovata a Civitanova Marche? Sarei intervenuta? Avrei urlato? Avrei chiamato aiuto oppure anch’io mi sarei limitata ad accendere la videocamera del mio smartphone? Che cosa scatta quando si assiste ad atti di violenza estrema? Si prova pena oppure si resta indifferenti?

Alcuni anni fa, in Svezia, venne fatta una sorta di esperimento sociale. Con una telecamera nascosta, un gruppo di operatori di un’associazione impegnata sui temi della violenza contro le donne ha osservato le reazioni di 53 persone che, in ascensore, assistevano al litigio furioso di una giovane coppia. Mentre lui urlava, prendeva per il collo la compagna e la scuoteva violentemente, lei subiva silenziosamente, incapace anche solo di chiedere aiuto.

Ovviamente si trattava di due attori, ma nessuno degli spettatori lo sapeva e quindi, almeno in teoria, sarebbe potuto intervenire e avrebbe potuto dire (o fare) qualcosa per aiutare la giovane donna. Invece che cosa successe? Niente. Assolutamente nulla. A parte una donna che alzò la voce minacciando di chiamare la polizia, gli altri 52 passeggeri restarono silenziosi: alcuni, imbarazzati, iniziarono a fissare lo schermo del proprio cellulare; altri, nervosi, uscirono dall’ascensore il prima possibile; altri ancora, indifferenti, filmarono la scena. Proprio come ieri a Civitanova Marche. Sebbene poi, ieri, la lite si sia conclusa con la tragica morte di una persona. Qualcuno, commentando l’esperimento sociale svedese, obiettò che spesso non si interviene per paura o mancanza di coraggio e che talvolta, intervenendo, non solo non si evitano le tragedie, ma si rischia pure di peggiorare le cose. Nel caso della lite di coppia, però, non solo praticamente nessuno intervenne, ma nessuno dette nemmeno l’allarme una volta uscito dall’ascensore.

Occhio non vede, cuore non duole, recita un noto proverbio. Forse anche perché l’indifferenza, il cuore, ce l’ha indurito da tempo. Con l’aggravante supplementare, ormai, che si è talmente abituati alle immagini di violenza che, forse, si fa pure fatica a distinguere la realtà dalla fiction. Il male, diceva Hannah Arendt, è talvolta banale. Non di per sé, certo. Ma perché lo si commette banalmente. Talvolta per opportunità. Talvolta per negligenza. Talvolta anche solo per assenza di compassione. E se è vero che il coraggio non lo si compra un tanto al chilo, è anche vero che il fatto che tanta gente possa assistere a un omicidio con un cellulare in mano non può lasciare nessuno del tutto indifferente: in che tipo di mondo vogliamo che crescano i nostri figli?