di Pino Pisicchio
Il Domani, 29 maggio 2026
Piaccia o non piaccia agli aedi del sovranismo, l’identità italiana, paradossalmente, si salverebbe solo con i nuovi italiani di origine transnazionale. Una questione che va ben oltre il problema della cittadinanza e che necessiterebbe di un intervento organico per promuovere processi d’integrazione. Provate a pensare se quella tragica storia della tentata - e in parte, purtroppo, anche riuscita - strage di pacifici cittadini a passeggio sul corso di Modena fosse accaduta, invece che un sabato pomeriggio qualunque, il sabato di una vigilia elettorale, una manciata d’ore prima dell’apertura delle urne.
Le solite forze politiche che hanno costruito buona parte della loro propaganda elettorale sull’appello alla paura dello straniero, specialmente se africano e islamico, avrebbero sparato ad alzo zero non solo sullo stragista idealtipo, ma soprattutto su quella parte della politica che non è d’accordo nel considerare l’immigrazione solo dal punto di vista della minaccia alla sicurezza del Paese. Il colpevole, infatti è un marocchino di famiglia islamica, certo, nato in Italia, ma questo sarebbe stato un argomento a suo vistoso svantaggio, perché avrebbe portato acqua al mulino dell’irrimediabilità dell’essere africano e di fede islamica, per cui scordatevi cittadinanza e offerta di civiltà, l’unica cosa da fare è sigillare le frontiere e ricacciarli.
Nelle poche ore prima del voto chi avesse voluto avrebbe potuto confutare anche la concreta ipotesi dell’instabilità mentale dell’attentatore, peraltro onestamente dichiarata dallo stesso ministro dell’Interno, e la sua estraneità a ogni pratica religiosa. Sarebbero state sparse verità apparenti e alterate, puntate all’emotività e al senso d’insicurezza, modificando così orientamenti di voto. Sui migranti i governi europei attaccano le garanzie della Cedu Un declino inarrestabile Non si trattava di un sabato elettorale, cionondimeno nei talk show televisivi noti maître à penser della stampa sovranista e loro dintorni s’affannano ancora oggi a raccontare che, lo stragista sarà pure pazzo, laureato e nato in Italia, ma è proprio questo il profilo dei “lupi solitari” che praticano il terrorismo di matrice islamica radicalizzandosi online. Solidali con i maître naturalmente anche le mille sfumature di vannaccismo e salvinismo militante.
Accade però che in queste stesse ore l’inesorabile Istat ci spieghi il baratro demografico in cui scivoliamo con una certa allegrezza da italiani anziani sulla via del rimbambimento: se per mantenere un equilibrio demografico occorre che ogni donna in età fertile faccia all’incirca 2,4 figli, ecco che la popolazione femminile in Italia si va ad attestare attorno a valori pari a meno della metà, 1,18. Il “blocco navale” di Meloni e lo scoglio del diritto Il che significa l’ineluttabilità di un declino non più riparabile - scenari veramente desolanti con un calo in proiezione a 47 milioni di abitanti in meno di tre decenni - che viene contenuto solo con l’apporto degli immigrati. Piaccia o non piaccia agli aedi del sovranismo, l’identità italiana, paradossalmente, si salverebbe solo con i nuovi italiani di origine transnazionale.
Parliamo di più di un milione di giovani figli di immigrati regolari, che sono nati in Italia, frequentano le nostre scuole (salvando così il posto di lavoro di molti insegnanti), parlano la nostra lingua, mangiano i nostri maccheroni, condividono la stessa musica, lo stesso tifo per la squadra cittadina, per Jannik Sinner, gli stessi fast food, lo stesso stile di vita e le stesse aspirazioni dei loro coetanei. Ma non possono essere cittadini italiani. Modena, Salvini insiste: “Via la cittadinanza”. Ma è incostituzionale Favorire l’integrazione Attenzione: questo avviene nell’arco di vita psicologicamente più delicato e fragile, dall’infanzia all’adolescenza quando il bisogno di sentirsi accettato nell’identità in formazione viene frustrato. Sono la stessa coscienza civica, la stessa condivisione di valori acquisiti spesso in dissonanza con quelli perseguiti in ambito famigliare, ad essere messi in discussione.
Insieme al tema, fondamentale, della cittadinanza resta in piedi quello dell’integrazione. In paesi europei civilissimi come la Spagna, la Francia, la Germania, il Regno Unito, che hanno sul loro territorio più immigrati di noi, esistono politiche d’integrazione che tendono innanzitutto a costruire canali di comunicazione attraverso l’insegnamento della lingua, dei passaggi fondamentali della Costituzione e della “cultura” del paese ospitante spesso percepita come assai lontana da quello di provenienza. Certo, non è questo che mette al riparo da tutte le possibili degenerazioni terroristiche che possono determinarsi perché qualcuno dà di matto e si mette a fare il kamikaze.
Sicuramente però, una politica per l’integrazione aiuta a ridurre l’isolamento e l’antagonismo. Ebbene l’Italia non ha mai concepito un intervento organico per promuovere processi d’integrazione. Si pensi che non esiste neppure una configurazione giuridica del mediatore culturale e linguistico, figura chiave per entrare in comunicazione con l’immigrato. Sarebbe il caso di metterci un po’ la testa su queste cose. Cittadinanza e migranti: integrare significa aumentare la sicurezza










