di Pietro Gorlani
Corriere della Sera, 18 giugno 2024
La giovane italo-cilena ha fondato la prima Biennale Itinerante del Sociale. I tre anni da clandestina, i viaggi. “Ora narriamo le ferite alle persone e al Pianeta”. Il filo rosso dei troppi diritti negati al mondo è un’enorme matassa, usata dall’occidente per ordire la sua ricchezza. Creando forme d’ingiustizia sociale e ambientale che portano a crisi umanitarie e dolorose migrazioni. Raccontarle è una missione intellettuale diventata ragione di vita per Paula Jesus, regista italo-cilena non ancora trentenne che ha fondato la prima Biennale Itinerante del Sociale. Uno strumento con cui narrare le troppe ferite inferte alla madre terra (Pachamama, come il nome dell’associazione culturale che la gestisce) e ai suoi abitanti più fragili. Il controcanto è però affidato all’ottimismo della volontà di coloro che le ingiustizie le denunciano, a tutte le latitudini. E provano a contrastarle.
“Nella nostra Biennale non c’è limite alla necessità di parlare dei diritti Lgbtqia+, dell’ambiente sfruttato a fini economici, dei migranti costretti a lasciare le loro terre in cerca di condizioni di vita migliori, come nel caso della mia famiglia”, spiega Paula raccontando di come non sopportasse più vedere mamma spaccarsi la schiena là in Cile per permetterle di studiare dai Gesuiti, al punto da convincerla a partire per l’Italia, nel 2007. “Qui sanità e istruzione pubblica sono garantite mentre in Cile rispondono ancora alle regole della costituzione dittatoriale di Pinochet” spiega Paula. Vive tre anni “da clandestina” prima che le venga riconosciuta la cittadinanza, in quanto nelle sue vene scorre anche sangue italiano. Poi arriva la laurea in Filosofia all’università di Roma Tre; per mantenersi fa la videomaker e lavora anche per Cinecittà mentre la madre si trasferisce a Brescia nel 2020, il terribile anno del Covid. Decide di raggiungerla e qui conosce Marco Cola, direttore di una società sportiva dilettantistica per persone con disabilità, che si chiama Aole. È il termine dialettale di Alborelle, piccoli pesci d’acqua dolce che fanno del branco la loro forza. Principi che Paula riversa nel suo mediometraggio Blu Blu (visibile su Youtube).
Nel frattempo, prosegue con le sue esperienze all’estero per Unicef. Viaggia molto: Palestina, Ucraina, Pakistan, Balcani. E avanza in lei l’urgenza di provare a tessere una rete di tutti i mondi e di tutte le vite difficili che ha incontrato. E che valgono la pena di essere raccontate. Ecco l’idea della biennale. “Per me era diventato un chiodo fisso” dice con una perentorietà inversamente proporzionale all’esilità del fisico. Paula deve combattere contro i pregiudizi, la supponenza e il maschilismo che sopravvive anche nel mondo dell’arte e del cooperativismo: “Ho incontrato persone sul cui viso si leggeva chiaro un “che ne vuoi sapere tu ragazzetta immigrata di arte o di sociale”. Ma alla fine, nonostante gli enormi problemi economici, ce l’abbiamo fatta. La biennale è realtà. Devo ringraziare la giovane assessora comunale Anna Frattini e qualche sponsor”, certifica.
Con il suo Marco sta affinando il programma per la settimana di Genova (programma completo su biennaleitinerantedelsociale.com) ma con la mente è già al Cile: “Pensiamo di collaborare con le scuole dove studiano i ragazzi che vivono raccogliendo vestiti dall’enorme discarica del fast fashion”. La necessità di fare luce sulla devastazione ambientale perpetrata in Sud America e sconosciuta ai più (non c’è solo il disboscamento dell’Amazzonia) l’ha portata a invitare a Brescia il regista Stefano Sbrulli con il suo “Donde los niños no sueñan”, girato nella distopica città peruviana di Cerro de Pasco. Un ammasso informe di baracche sorte intorno al cratere dantesco di una miniera di proprietà della multinazionale Glencore, che nei decenni ha avvelenato di piombo l’acqua e il sangue degli abitanti. Con conseguenze atroci sui bambini.
Anche Paula ad agosto sarà in Perù per documentare l’inferno di un’altra miniera che fornisce rame e oro all’occidente, quella di Rinconada: “Seguirò la tratta della prostituzione femminile, anche infantile, in una città popolata per lo più da lavoratori uomini e dove i diritti fondamentali sono negati”. Un lavoro per la prossima Biennale del 2026. Biennale che dall’aprile 2025 potrà intercettare finanziamenti pubblici, poiché l’associazione Pachamama avrà più di due anni di vita. Biennale che sogna di poter portare anche a Cuba, prima o poi.
“Se ci fossero dieci Paula in ogni città credo il mondo sarebbe migliore” dice Marco, il suo compagno. Insieme si è più forti: lo sanno le alborelle, ma l’uomo sta dimenticando di essere un animale sociale. Ce lo ricorda una giovane donna italo-cilena. La prima edizione di questo incredibile laboratorio di esperienze personali, racconti, fotografie, filmati, report giornalistici, è partito da Brescia, è poi proseguito a Roma e ora è in arrivo a Genova (dall’ 8 al 14 luglio a Palazzo Ducale) per approdare in Cile dal 22 al 28 agosto a Iquique, città-discarica dove finiscono migliaia di tonnellate di abiti scartati dal bulimico mondo dell’avere per essere. Il nostro.











