di Marella Santangelo*
casadellacultura.it, 26 giugno 2026
Nel confronto con una letteratura che sempre più spesso assume il progetto architettonico come pratica di conoscenza, ciò che emerge con maggiore forza nel libro di Andrea Di Franco, Marianna Frangipane e Gianfranco Orsenigo - “Progettare in carcere. Gli spazi di relazione nella città reclusa” (Lettera Ventidue, 2025) - è la scelta di non assumere il carcere come oggetto teorico astratto, ma come luogo attraversato, abitato e praticato nel tempo. Il volume nasce da un’esperienza lunga e continuativa di ricerca-azione, sviluppata nell’arco di circa un decennio, in cui il progetto viene messo alla prova all’interno delle condizioni materiali, istituzionali e relazionali della detenzione. È a partire da questa posizione situata che il libro costruisce la propria riflessione, intrecciando sperimentazione progettuale, presenza e analisi critica.
Il volume offre un ulteriore contributo agli studi interdisciplinari sul carcere contemporaneo, che hanno posto al centro della riflessione accademica e progettuale la dimensione spaziale della detenzione. L’operazione non mira alla costruzione di modelli astratti o generalizzabili, ma assume il carcere come un tempio di sperimentazione concreta, in cui il progetto diventa strumento di conoscenza critica, capace di operare dall’interno delle condizioni istituzionali esistenti. Gli autori propongono un’analisi approfondita della forma dello spazio come chiave interpretativa delle dinamiche interne al carcere, adottando una prospettiva che oltrepassa la concezione dello spazio come mero contenitore funzionale e lo riconosce come un potenziale attore nei processi di relazione. Un elemento che merita particolare attenzione è il rapporto, mantenuto lungo tutto il testo, tra riflessione teorica e pratiche progettuali: una coerenza che consente di evitare una frattura tra riflessione critica e operatività progettuale.
L’impostazione adottata si colloca in continuità con le più recenti teorie critiche dell’architettura, che riconoscono la non neutralità dello spazio costruito e il suo ruolo nella produzione di comportamenti, relazioni e forme di soggettività. Nel contesto carcerario, questa prospettiva assume un valore particolarmente pregnante, poiché lo spazio diventa terreno di negoziazione tra istanze di controllo e possibilità di umanizzazione, incidendo direttamente sulle condizioni di vita e sull’esperienza quotidiana della pena. Il progetto, inteso in questa accezione ampliata, si fonda su alcune parole chiave ricorrenti - relazione, cura, responsabilità - che attraversano l’intero volume e ne costituiscono l’ossatura teorica. L’organizzazione del libro riflette l’esperienza di ricerca e progettazione condotta dagli autori, articolandosi in contributi che alternano riflessione teorica, analisi critica e restituzione dei processi progettuali. La narrazione dei casi di studio, accompagnata da una consistente dotazione iconografica di disegni e fotografie, accompagna il lettore attraverso le diverse fasi del progetto: dall’osservazione all’intervento, dalla co-progettazione alla sperimentazione critica. Ne emerge con chiarezza una concezione del progetto come processo di apprendimento, più che come produzione di esiti formali, in cui il valore dell’esperienza progettuale risiede tanto nel fare quanto nel comprendere.
Nella prima parte del volume, i saggi degli autori concorrono a definire il carcere come “problema progettuale”. Il contributo di Andrea Di Franco prende avvio dall’esperienza del Politecnico Off Campus di San Vittore, uno dei laboratori fuori le mura del Politecnico di Milano, restituendo un contesto in cui la speranza progettuale si rende tangibile. Una speranza come postura operativa che agisce all’interno di un sistema strutturalmente fondato sulla limitazione. Il progetto è chiamato a operare nel carcere, accettandone i vincoli e lavorando su micro-trasformazioni spaziali e relazionali capaci di produrre effetti concreti sulle pratiche quotidiane e sulle esperienze dei soggetti coinvolti.
Questa dimensione processuale viene ulteriormente approfondita nel saggio di Marianna Frangipane, che affronta in modo esplicito la tensione concettuale tra carcere e relazione, definita come un vero e proprio ossimoro di progetto. Il contributo di Gianfranco Orsenigo insiste invece sulla centralità dell’esperienza diretta e corporea come condizione necessaria per comprendere e progettare gli spazi della pena. Questa impostazione trova una traduzione operativa nell’esperienza del Laboratorio Carcere, inteso come dispositivo di ricerca-azione fondato sulla presenza continuativa e sulla sperimentazione progettuale in situ. Attraverso la realizzazione di prototipi spaziali puntuali la ricerca testa il possibile, introducendo discontinuità all’interno di un sistema istituzionale caratterizzato da rigidità e inerzia.
La sezione centrale del volume è poi costituita dal Diario 2014-2024, una timeline che restituisce il carattere della ricerca-azione attraverso una narrazione cronologica delle attività svolte. Il diario non documenta soltanto gli esiti progettuali, ma rende visibili incertezze e negoziazioni, mostrando come il progetto in carcere sia il risultato di un continuo adattamento alle condizioni istituzionali e ai soggetti coinvolti. La dimensione temporale assume qui un ruolo cruciale, mettendo in discussione le logiche tradizionali della progettazione architettonica e sottolineando la necessità di lavorare su tempi lunghi e stratificati.
*Professore ordinario in Composizione Architettonica e Urbana, direttrice del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.









