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di Vincenzo Carriero

cosmopolismedia.it, 28 marzo 2022

“Senza Vendette - Ricostruire la fiducia tra magistrati, politici e cittadini”, edito da il Mulino, è un pamphlet agile e poliforme in egual misura. Il dialogo tra Luciano Violante e Stefano Folli è un rimbalzo luccicante di intelligenze vive. Il diritto nasce dal singolo, il dovere nasce dalla comunità. Consigli non richiesti per una democrazia cagionevole di salute

Nel rapporto tra politica e attività giudiziaria sembrano enumerarsi tutte le tare di questo Paese. I suoi ritardi storici. Le sue anomalie strutturali. In Germania per difendere la democrazia hanno costruito uno Stato forte. In Italia per difendere la democrazia abbiamo costruito uno Stato debole. Raramente un libro scritto con la tecnica dell’intervista, in maniera dialogica, coniuga una tale lucidità analitica con il coraggio delle provocazioni. L’avvio e la conclusione di ragionamenti definiti, non lasciati in sospeso, refrattari alle scorciatoie semantiche implicite negli slogan. “Senza Vendette - Ricostruire la fiducia tra magistrati, politici e cittadini”, edito da il Mulino, è un pamphlet agile e poliforme in egual misura.

Il dialogo tra Luciano Violante e Stefano Folli è un rimbalzo luccicante di intelligenze vive. Mai dome. Mai girate dall’altra parte del buon senso. La stagione di Mani Pulite e delle stragi di Palermo segna l’apice di uno squilibrio tra giustizia e politica le cui avvisaglie erano ravvisabili già in precedenza. Ad un osservatore di lungo corso della politica e ad un protagonista della magistratura prima - e della politica poi - il merito di essersi interrogati sulle differenti forme di destabilizzazione, e prevaricazione, del potere. Il nodo gordiano da sciogliere, secondo l’ex presidente della Camera, s’iscrive lì dove tutto ebbe inizio. Agli albori del diritto nostrano. Nelle pieghe della legge delle leggi.

“I costituenti, d’intesa tra loro, decisero di avere parlamenti e governi deboli, partiti forti e una magistratura con un livello di indipendenza sconosciuto a qualunque altro ordinamento costituzionale”. Quando Borrelli, il procuratore di Milano, arriva ad affermare agli inizi di Tangentopoli, che occorreva “entrare e rovesciare tutto”, il sistema - con le sue anomalie di fondo - non si tiene più. Sgretola. Si sfarina irrimediabilmente. “Il giudice - argomenta Violante - avverte l’illusione di essere protagonista di una palingenesi morale, non di una lotta contro una parte politica, ma contro tutte le parti politiche”.

È l’avvio della religione del populismo penale. Della società punitiva che trae alimento dal rancore sociale. Dell’uso politico della giustizia. Servivano - e servono - deterrenti. Riforme ragionate più che urlate. A cominciare dall’opportunità di rivedere il potere di impugnazione del pm nei confronti delle sentenze di assoluzione. Le norme sostanziali indeterminate, intrecciate a quelle processuali poi, funzionano come “mandati a conoscere”. Come autorizzazioni ad introdursi nella vita dei cittadini e delle imprese, meglio se appartenenti alle élite, che a volte sembrano diventare le nuovi classi pericolose, come gli oziosi e i vagabondi dei codici dell’Ottocento.

I “mandati a conoscere” in un sistema fondato sull’obbligatorietà dell’azione penale diventano strumenti d’investigazione illimitata. Permanente. Qualcosa d’inconciliabile con la cultura liberale di un grande Paese dell’Occidente. La negazione, in ultima istanza, di una dimensione storico-spirituale della magistratura. Perché se in passato la minaccia all’indipendenza dei giudici veniva dall’esterno, oggi viene dall’interno della magistratura.

A causa del peso anomalo delle correnti e dei capicorrente del Csm. E del principio, solo italiano, del primato del diritto sulla politica. Quando, invece, negli altri ordinamenti, si verifica l’esatto contrario. “Ma il problema investe la sola magistratura?”, si chiede Folli. “Occorre un’educazione civile all’esercizio del potere; tanto della magistratura quanto della politica”, ribatte Violante.

Consci del fatto che senza i buoni costumi le leggi sono destinate ad essere lettera morta. Il prevalere della disgregazione e dell’avventura, secondo l’amara previsione di Craxi nel discorso a Montecitorio del 3 luglio 1992, andrà prima o poi arginato. Mediante il ripristino dello stato di salute di una democrazia. Nelle buone relazioni tra la politica e la giustizia. Il diritto nasce dal singolo, il dovere nasce dalla comunità. Agire presto - e bene - è una responsabilità di tutti. Prima che il nulla ci fagociti.