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di Stefano Giordano*

Il Riformista, 24 luglio 2026

Nel maxiprocesso per le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, il pubblico ministero ha chiesto quattordici anni di reclusione per l’ex comandante della polizia penitenziaria, imputato di tortura. Legittimo. Poi, nel perorare l’accusa, gli si è rivolto direttamente: “sei un criminale”. E qui il discorso cambia. Sgombriamo il campo: non è questione di colpevolezza o innocenza dell’imputato - quel verdetto spetta al giudice, e a nessun altro. È questione di misura. Est modus in rebus, ammoniva Orazio: c’è una misura nelle cose, e confini oltre i quali il giusto non sa stare. Il nostro è un diritto penale del fatto, non dell’autore. Si è imputati di aver commesso un reato, non di essere criminali.

Dire a un uomo “sei un criminale” non è contestargli un fatto: è giudicarne la persona, scivolando verso quel diritto penale d’autore che le democrazie hanno archiviato da un pezzo. Non a caso il codice etico dei magistrati prescrive equilibrio, rispetto verso tutte le parti e di evitare valutazioni sulle persone che non siano conferenti alla decisione. L’accusa è tanto più credibile quanto più giudica il fatto e non l’uomo, anche - soprattutto - quando conclude per la colpevolezza.

Durante la stagione referendaria si è ripetuto che “il primo giudice è il pubblico ministero”. Se questa ne è l’incarnazione, siamo all’opposto: un organo sempre più d’accusa e sempre meno di giustizia. Il pubblico ministero è parte - nobilissima, ma parte. E il processo non può piegarsi né alla logica del consenso né a quella dell’invettiva. Un ricordo, per chi ha memoria: nell’aula bunker del maxiprocesso di Palermo, davanti al gotha della cupola mafiosa, nessuno si permise mai di apostrofare così un imputato. Nemmeno quelli. Non è dato sapere se il presidente del collegio sia intervenuto a richiamare la misura: le cronache non lo riferiscono. Quanto al piano disciplinare, siamo certi che la vicenda avrà le conseguenze adeguate: nessuna. La giustizia non ha bisogno di alzare la voce: le basta avere ragione.

*Studio Legale Giordano & Partners