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di Gian Carlo Caselli

La Stampa, 11 giugno 2022

Questo sentimento può portare a un’insensibilità ai richiami della memoria e dell’etica. Le ultime indagini hanno evidenziato una rete di illegalità a Palermo, proprio nel 30° anniversario della strage di Capaci.

Nonostante gli straordinari risultati delle forze dell’ordine e della magistratura (testimoniati pressoché ogni giorno da cronache di inchieste e processi importanti in varie parti d’Italia) la mafia è ancora dura a morire. Questo perché analizzando il fenomeno - e la sua “resilienza” - non di sola mafia si deve parlare, ma di “polipartito della mafia”. Una formula coniata da Carlo Alberto dalla Chiesa (in un colloquio con Giovanni Spadolini in occasione del suo insediamento a Palermo come prefetto) per indicare la complessità e gravità di un sistema trasversale che interessa la politica, l’economia, la cultura e la società, diventando un potere occulto estremamente ramificato. Questo rapporto di compenetrazione illecita fra Cosa nostra e pezzi consistenti del mondo legale è la vera spina dorsale del potere mafioso e si traduce in coperture, complicità e collusioni che ne spiegano - appunto - la “resilienza”.

A questa storica verità strutturale dobbiamo purtroppo aggiungere il preoccupante risultato di una recente inchiesta coordinata da Ilvo Diamanti per “Demos-Libera”: l’accentuazione del sentimento di rassegnazione (destinato a farsi assuefazione) rispetto a eventi e soggetti della criminalità mafiosa. Un brodo di coltura ideale per quanto di peggio - in ultima analisi - si possa augurare alla qualità della democrazia, vale a dire che la rassegnazione/assuefazione finisca per tracimare in una amnesia dolosa o in un’anestesia totale, virus perversi che causano insensibilità ai richiami della memoria e dell’etica.

Questo quadro decisamente cupo non è privo di ricadute sul piano concreto. Lo si vede ad esempio in Sicilia, da sempre laboratorio di esperienze esportabili oltre i confini dell’isola. Personaggi come Salvatore Cuffaro e Marcello Dell’Utri si sentono “autorizzati” a rientrare in politica come se niente fosse, riprendendo la loro attività da dove l’avevano lasciata prima delle condanne (rispettivamente per favoreggiamento di persone legate a Cosa nostra e per concorso esterno nell’organizzazione): condanne che - si direbbe - ora fanno curriculum... Comunque un segnale che molti possono leggere come una sorta di “liberi tutti” all’insegna della “nostalgia del faraone”, cioè della mafia del bel tempo che fu. In tale contesto vanno obiettivamente inseriti gli arresti per il grave delitto di voto di scambio politico-mafioso che la magistratura palermitana ha disposto proprio in queste ore, avendo captato conversazioni di portata probatoria quanto mai rilevante (allo stato degli atti, s’intende). Conversazioni in cui, tra l’altro, si discetta di “junco” che cala fin quando non è passata la piena. Un concetto “sempre verde” nella mentalità mafiosa: tant’è che dopo la cattura di una sequela infinita di boss mafiosi, in forza della robusta reazione dello stato alle stragi, i superstiti si interrogavano su come “rimettere in piedi il giocattolo” (cfr. “Lo stato illegale” di Caselli-Lo Forte, p. 148, ed. Laterza). Ed i soggetti coinvolti nell’attuale inchiesta palermitana hanno tutta l’aria di essere i loro epigoni. Senza alcuna vergogna, pur nel 30° anniversario della strage di Capaci.

Ovviamente, parafrasando Paolo Borsellino si può dire che “al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della complicità” si contrappongono coloro che preferiscono “sentire la bellezza del fresco profumo di libertà”. Per fortuna sono ancora tanti: dai giovani di Libera, ai ragazzi di “addio Pizzo”, al collettivo “Offline” e a tutti quelli che Papa Francesco definisce interpreti della “resistenza mite ed eroica dei santi e dei giusti, servitori della Chiesa e dello Stato”. Il punto è che l’impegno solidale degli onesti deve riuscire ad impedire che prevalga chi - travolgendo la Costituzione - pratica il favore anziché il diritto, l’appoggio politico o criminale anziché il rispetto della propria dignità.