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di Maria Tornielli

Il Domani, 18 ottobre 2026

Dopo l’annuncio di Hegseth, Trump ha rinunciato alla fucilazione in streaming. A pesare la contrarietà dei cattolici e non solo. La direttrice dell’organizzazione Catholic Mobilizing Network: “Nel 2025 ci sono state 23 condanne capitali in tutti gli Usa, quarant’anni fa erano 300”. Ci sono voluti sette giorni perché Donald Trump accantonasse quella che è forse una delle idee più scioccanti e controverse della sua amministrazione. Era giovedì 8 ottobre quando il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha detto che la fucilazione dell’ex soldato Nidal Malik Hasan, autore di una strage nella base militare di Fort Hood in Texas, sarebbe stata mandata in live streaming: “Faremo in modo che le persone possano vederla”.

Nel post su Truth con cui ha dichiarato che la prima esecuzione militare in oltre sessant’anni non sarebbe stata visibile su internet, Trump ha comunque espresso una certa ambivalenza, dicendo che l’esecuzione “forse poteva essere un forte deterrente per il mondo, vedere come l’America si comporta con i terroristi”, ma “molte brave persone non volevano vederlo morire”. La decisione è arrivata dopo un’ondata di indignazione proveniente dalle file del suo partito, ma anche da molti gruppi religiosi, comprese le denominazioni i cui fedeli hanno riportato Trump alla Casa Bianca nel 2024. È arrivata anche dopo una rapida e rara presa di distanza pubblica del vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance.

“Vedremo se succederà davvero”, aveva detto all’indomani della dichiarazione di Hegseth. “Se sarà mandata in streaming di certo io non guarderò”. Quando il governo diventa barbaro in mondovisione Opposizione religiosa Vance, che è cattolico, in questi mesi non ha mai pubblicamente criticato il presidente per i suoi ripetuti attacchi contro il papa americano, Leone XIV. E se, come ha ricostruito l’Atlantic, a influenzare Donald Trump sono stati i giudizi duri dei tanti esponenti repubblicani, anche favorevoli alla pena di morte, sulla proposta di Hegseth, i dati sull’opinione dei cristiani americani parlano chiaro. Un sondaggio di Washington Post-Abc News-Ipsos mostrava una forte opposizione all’idea di un’esecuzione in streaming da parte del 74 per cento degli evangelici bianchi, una delle più solide basi elettorali Maga.

Una percentuale che saliva al 77 per cento tra i cattolici bianchi e fino all’80 per cento tra i cattolici ispanici (il gruppo religioso che ha fatto registrare l’opposizione più forte è quello dei protestanti neri, l’88 per cento). Il clero e i rappresentanti della maggior parte delle confessioni religiose negli Usa si sono opposti pubblicamente all’ipotesi di una fucilazione in streaming, con poche eccezioni. Anche la risposta dei vescovi cattolici e del Vaticano è stata netta. La scelta di proseguire con un’esecuzione in streaming non sarebbe di certo stata bene accolta (per usare un eufemismo) dalla Conferenza episcopale americana, che ha già i suoi disaccordi con l’amministrazione Trump, soprattutto in tema di immigrazione, oltre che per gli attacchi del presidente al papa.

“Penso che sia degna di nota la reazione delle gerarchie cattoliche”, dice Krisanne Vaillancourt Murphy, direttrice esecutiva di Catholic Mobilizing Network. L’organizzazione è nata nel 2009 per supportare gli sforzi dei vescovi americani per l’abolizione della pena di morte negli Usa. Tra le sue attività principali c’è quella di mobilitare i cittadini e fare sensibilizzazione sul tema, soprattutto nelle parrocchie, fornendo informazioni sulle esecuzioni e aiutando a diffondere la posizione della Chiesa sul tema, anche a fronte del cambiamento della formulazione del Catechismo voluta nel 2018 da papa Francesco, che ha eliminato ogni spiraglio di ammissibilità della pena capitale.

“Si sono espressi sull’inammissibilità della pena di morte”, continua Vaillancourt Murphy, “il presidente della Conferenza episcopale americana, l’arcivescovo Paul Coakley, ma anche il cappellano dell’esercito, Timothy Broglio (che ha invitato i soldati cattolici a fare obiezione di coscienza qualora fossero chiamati a far parte del plotone di esecuzione, ndr). E poi le parole del cardinale Pietro Parolin e il messaggio di papa Leone XIV il 10 ottobre scorso. Sono dieci anni che lavoro in questo ambito e dopo la dichiarazione di Hegseth c’è stata una condanna così unanime e concertata che non poteva passare inosservata”.

Ci si poteva aspettare quando si è insediata questa amministrazione, che vede vari cattolici in posizioni di potere, come il vicepresidente e il segretario di Stato Marco Rubio, che l’esito fosse comunque quello di avere una Casa Bianca così a favore della pena di morte? Secondo Vaillancourt Murphy, che vede dell’”ipocrisia nell’avere politici pro life” che supportano le esecuzioni, sì. “Fin dal suo primo mandato, l’amministrazione Trump si è impegnata per rimettere in moto le esecuzioni a livello federale, che erano ferme da 17 anni.

Ce ne sono state 13 nel giro di sei mesi. E sul finire della sua presidenza Joe Biden ha commutato la maggior parte delle sentenze capitali federali, lasciando praticamente l’amministrazione Trump senza nessuno da giustiziare”, dice. La fucilazione di Hasan, e la discussione interna all’amministrazione sul trasmetterla in streaming, rientrano, secondo Vaillancourt Murphy, in “una retorica della violenza e della vendetta che si manifesta non solo nel sistema legale, ma anche nelle deportazioni, nell’invio della Guardia nazionale in varie città. C’è un’attenzione a come infliggere crudeltà e molta retorica divisiva. Quindi in questo clima, a metà del suo mandato, credo che l’amministrazione volesse usare l’esecuzione di Hasan come un esempio”.

Non un esempio verso cui il popolo americano deve essere sembrato particolarmente ricettivo, vista poi la marcia indietro della Casa Bianca, che deve aver considerato tangibile il rischio di rendere Hasan un “martire”, come previsto da Vaillancourt Murphy, e come sottolineato da vari esponenti repubblicani che hanno espresso disagio verso l’idea di vedere l’esercito americano compiere un atto paragonabile agli omicidi filmati da gruppi terroristici come l’Isis. La proposta di Hegseth arrivava tra l’altro a pochi giorni di distanza dall’esecuzione fallita di Christa Pike, che ha riacceso il dibattito pubblico sulla “umanità” delle iniezioni letali.

“In entrambi questi casi stiamo vedendo lo Stato che sceglie la vendetta, la violenza”, dice Vaillancourt Murphy. “Christa Pike aveva già passato 30 anni in carcere, per la maggior parte in isolamento: ha 50 anni. Era un’adolescente quando ha commesso il crimine per cui è stata condannata: questo ovviamente non la giustifica. Ma penso alla madre di Colleen Slemmer (la ragazza uccisa da Pike, ndr), a quanto deve essere stato ritraumatizzante vedere questa esecuzione andare nel modo in cui è andata. Ma penso anche al fatto che stiamo uccidendo una donna per un crimine commesso quando era adolescente: se fosse processata oggi non potrebbe essere condannata a morte. Eppure deve essere giustiziata in uno Stato che ha fallito la sua più recente esecuzione”. Il riferimento è a Tony Carruthers, che è sopravvissuto a un’iniezione letale in Tennessee lo scorso 12 maggio. Né il suo né quello di Christa Pike sono casi isolati: nel 2022, in Alabama, in tre casi su quattro, le esecuzioni fatte con iniezione letale sono fallite.

La giornalista Elizabeth Bruenig dell’Atlantic, che si è occupata a lungo della pratica della pena di morte negli Stati Uniti, parlando del tentativo di esecuzione di Christa Pike, ha citato il fatto che la maggior parte delle persone con formazione medica rifiutano di partecipare alle esecuzioni perché costituirebbe una violazione del giuramento di Ippocrate.

“Non c’è nulla di normale nel giustiziare le persone: il caso di Christa Pike e la proposta a dir poco barbarica di Hegseth stanno smascherando la pratica della pena di morte per quello che è realmente”, commenta Vaillancourt Murphy. Al netto dell’opposizione ampia che si è creata verso l’idea di una fucilazione in streaming, alcuni sondaggi recenti mostrano che la maggioranza degli americani è ancora a favore della pena di morte: il dibattito recente avrà un impatto? “Penso che questi casi stiano allontanando l’opinione dalla pena di morte. E per quanto riguarda i numeri, dipende anche da cosa si guarda”, puntualizza Vaillancourt Murphy.

“Un dato che vorrei sottolineare”, continua, “è quello delle condanne a morte comminate nel 2025 in tutti gli Stati Uniti: sono state 23, un dato ai minimi storici almeno per gli ultimi quarant’anni. Negli anni Ottanta erano più di 300. Le giurie e i tribunali si stanno allontanando da questa pratica e le esecuzioni che stiamo vedendo in questo periodo - penso al caso di un uomo in Florida, nel braccio della morte da cinquant’anni - non sono prodotto del nostro attuale sistema penale. Sono retaggio del passato”. Certo, con “governatori che in questo momento vedono un vantaggio politico nel firmare i mandati di esecuzione. Non abbiamo ancora convertito tutti all’abolizionismo, ma ci stiamo muovendo in quella direzione”.

E quando le viene chiesto se pensa che nella sua vita vedrà l’abolizione della pena di morte negli Stati Uniti, la risposta della direttrice di Cmn è netta: “Sì, assolutamente. Nei 17 anni di vita della nostra organizzazione abbiamo visto nove Stati abolire la pena di morte. Sappiamo quante persone nel braccio della morte sono state poi scagionate. Penso che senza dubbio gli americani vogliano sicurezza, vogliano che si faccia giustizia, ma non vogliano vendetta. Credo che quando vedono l’esibizione della vendetta, come abbiamo visto in queste ultime due settimane, si rendano conto che d’ora in poi va tracciato un nuovo percorso”.