di Luca D’Alessio
Il Riformista, 31 maggio 2026
Giustizia e spese dello Stato. Malagiustizia ed aggravio delle spese a carico dell’erario. Ed i cittadini devono farne fronte. Spesso la macchina governativa è costretta a sacrificare il finanziamento di alcune voci di welfare, necessarie per un livello di qualità di vita migliore, per poter far fronte a capitoli di spesa totalmente diversi che gravano anche sul contesto della ricchezza economica del Paese. Analizzare in modo esaustivo questo aspetto significa ben comprenderne la complessità ed anche capire che, d’altronde, la questione potrebbe essere fronteggiata in modo totalmente diverso. Negli ultimi mesi si è fatto un gran parlare del potere giudiziario: il suo ruolo, la sua autonomia, il suo modus operandi.
Un articolato, spesso non facile e delicato discorso sul peso del terzo potere dello Stato, sulla separazione dei poteri e delle carriere. Tutti abbiamo conosciuto l’esito del Referendum. Ma l’onda lunga della riforma giudiziaria può dirsi esaurita? I propositi del governo per una giustizia diversa, più efficiente e più uniformemente tesa agli standard europei possono dirsi estinti? Crediamo sia un obbligo dare una risposta anche ai 13 milioni di elettori che si sono espressi favorevolmente al referendum. Una riforma quella della giustizia che contempla numerosi aspetti, forse anche quelli non rubricati nel quesito referendario sul quale ognuno di noi ha espresso la propria preferenza. Intendiamo anche, e non secondario come aspetto, ciò che concerne gli errori giudiziari ed il loro peso sul Pil. Esiste uno studio dell’associazione Errorigiudiziari.com, che da circa trent’anni, analizza ed elabora dati su questo aspetto.
Dal 1990 al 2025 i casi registrati ed oggetto di ricerca sono stati 32.484. La spesa dello Stato tra indennizzi e risarcimenti è impressionante: poco più di 1 miliardo di euro, in media circa 29 milioni di euro ogni anno. È un dato davvero sbalorditivo. Davvero tanti soldi andati in fumo per errori che mai hanno visto una responsabilità civile diretta di chi quell’errore lo ha commesso. Lo dice una fredda statistica. Ora ben capiamo che tutto questo denaro pubblico ha un grande effetto anche sull’economia: il costo di una giustizia che non funziona è di 40 miliardi di euro di Pil persi ogni anno, tra il 2% e il 5% della ricchezza prodotta, secondo quanto dice l’Ufficio studi di Confindustria. Da non credere. Da qui due sono gli aspetti che ne derivano: il primo ricade sulla pelle dei troppi innocenti, di chi, statistiche alla mano, paga o ha pagato un conto amaro con la legge che mai avrebbe dovuto pagare; il secondo, che ne consegue, sono gli alti costi in termini di indennizzi, che lo Stato deve giustamente sostenere per ristorare il danno. Soldi degli italiani, soldi dei cittadini, del loro lavoro e delle loro tasse e non di chi esercita il dovere dell’azione penale.
Il 2022 è stato un anno nero; gli errori giudiziari sono stati 8 e l’esborso per le casse dello Stato è stato di 9 milioni e 951mila euro, oltre 7 volte in più rispetto all’anno precedente: sono numeri sconvolgenti a cui vanno aggiunte le violazioni della Corte di Strasburgo, dove l’Italia eccelle per condanne in violazione della vita familiare, della proprietà privata o per le violazioni dei diritti della difesa. Chiunque potrebbe, suo malgrado, vivere un’esperienza di errore giudiziario. Le paure che si provano sono tante: paura per la lunghezza in termini di tempo di un procedimento, anche solo alla definizione di un primo grado; di sovente l’umiliazione della restrizione della libertà personale; la lettura del proprio nome sulle carte processuali e non reggere all’incredulità, fino al perdurare della resiliente forza che deve accompagnare lo sventurato alla fine dell’incubo. E quando poi l’incubo termina, chi può mai decidere quanto possa essere quantizzata in termini di risarcimento quella sofferenza e quell’umiliazione? A volte, in modo superficiale, tutti diamo un valore economico alle cose.
Ma quanto costa il tempo perso? Crediamo non abbia prezzo. Il tempo è l’unica nostra risorsa, che se spesa male, anche se indennizzati in modo supremo, si perde ugualmente. Un vecchio saggio affermava che ogni età ha la sua bella giovinezza. Quindi, se si perde la possibilità di poter vivere quella giovinezza e quell’opportunità di ogni tempo distinto, nessuno può risarcire in modo opportuno ed in modo soddisfacente. Ora se i dati di cui disponiamo aprono a verità problematiche che evidenziano un sistema italiano che etichetta, forse troppo presto, di colpevolezza, chiunque venga coinvolto in una vicenda giudiziaria, esponendolo anche ad una facile e ripetuta gogna mediatica, non è il caso di poter pensare, anche se fuori programma di governo, ad una riforma almeno per ciò che concerne la responsabilità civile diretta dei magistrati? Lo si faccia almeno per i 13 milioni di cittadini italiani che erano fermamente convinti in una riforma giudiziaria di questo esecutivo.










