di Elia Biavardi
Il Resto del Carlino, 24 agosto 2026
Paola Simonini, originaria di Ravarino, racconta il calvario del compagno ottantenne Cosimo Cinque: “Ormai pesa 40 chili, è bianchissimo. Lo vedo un’ora alla settimana e ogni volta mi dice che non ce la fa più”. Da Ravarino a Panama, in questi ultimi due anni la vita di una famiglia si è trasformata in un incubo. A raccontarlo è la moglie di Cosimo Cinque, quasi 80 anni, detenuto nel Paese americano dopo una vicenda giudiziaria risalente addirittura a 20 anni fa. La donna, Paola Simonini, racconta delle condizioni precarie del marito, delle telefonate in carcere e della paura che possa non farcela.
“Se hai commesso dei reati devi pagare - racconta - ma che un uomo di quell’età debba essere trattato in questo modo non è giusto. È detenuto a seguito di una condanna italiana a cinque anni per un procedimento di bancarotta risalente al febbraio 2006, per una somma che, secondo gli atti che abbiamo, è di circa 38.000 euro”. Quello che preoccupa di più la moglie sono le condizioni fisiche di Cosimo: “Problemi cardiaci, polmonite, gravissime condizioni generali e il sospetto di una possibile leucemia mieloide cronica. È bianchissimo, non ce la fa. Io ho paura che muoia lì dentro”. Una storia che parte da Ravarino. Lei è nata e cresciuta nel comune della Bassa modenese, mentre Cosimo è originario di Napoli.
“Stiamo insieme da trent’anni. Quando l’ho conosciuto aveva un caseificio”. Poi, racconta, “nel 2017 con nostro figlio abbiamo deciso di trasferirci a Panama. Io ho un’impresa di pulizie e qui ho iniziato a lavorare per alberghi, ospedali e altre realtà”. Una scelta che, con il senno di poi, avrebbe cambiato completamente la loro vita.
La bancarotta è di vent’anni fa, ma il conto della giustizia sarebbe arrivato solo nel 2021, con un processo - accusa la famiglia - “celebrato anche in assenza dell’indagato e senza che a lungo gli venisse notificato nulla”. “La prima volta che sono venuti a prenderlo (nel 2024, ndr) c’erano quelli dell’Interpol, senza interprete. Ci siamo sentiti impotenti. È stato buttato in carcere assieme ad altri criminali”. Dopo il primo arresto la famiglia è riuscita a ottenere la scarcerazione pagando una cauzione da 25mila dollari. Ma da allora la battaglia non è terminata, anzi, è partita una lunga lotta giudiziaria che sembra non finire mai.
“Il 15 maggio di quest’anno, attraverso una semplice comunicazione ricevuta via chat - continua Simonini - fui informata di una nuova udienza davanti alle autorità giudiziarie panamensi. Mio marito è stato nuovamente arrestato e questa volta le sue condizioni fisiche erano già gravemente peggiorate. Sono riuscita a coinvolgere la Defensorìa del Pueblo de Panamà che ha certificato le criticità del penitenziario e insieme abbiamo ottenuto il suo trasferimento all’ospedale Santo Tomàs. Ma circa dieci giorni fa, di notte senza preavviso, mio marito è stato dismesso e riportato nella struttura detentiva di Tinajitas. Lo posso vedere una volta alla settimana, per un’ora.
In questi incontri gli posso lasciare solo qualche maglietta e indumento intimo, ma è distrutto. Mi dice: ‘Non ce la faccio più’”. Inutili, ad oggi, le richieste di aiuto: “Ho scritto a tutti, ho pure chiesto per lui la grazia alle istituzioni italiane. L’ambasciata non mi è mai stata d’aiuto, è questa la cosa che mi dispiace di più. Non abbiamo collaborazione”. Il legale della famiglia Vincenzo Alesci conferma la situazione: “Il mio assistito, Cosimo Cinque, non è mai stato messo in condizione di potersi difendere dalle accuse. Se ne sono tutti lavati le mani. Il problema serio è che questa richiesta di estradizione, arrivata dopo tantissimi anni, lo trova in condizioni terribili. Un caso eclatante di assoluta mancanza di rapporti tra istituzioni italiane e panamensi”.









