di Fulvio Gianaria e Alberto Mittone*
La Stampa, 14 dicembre 2025
Non sappiamo se ai cittadini che andranno alle urne per esprimere la loro opinione nel referendum sulla separazione delle carriere dei pm e dei giudici interessa conoscere l’opinione di chi ha frequentato per cinquant’anni le aule giudiziarie, perché non sappiamo se nel tempo che viviamo l’esperienza sia ancora un valore. Ci sembra comunque utile trasmettervi un’opinione pensata e pacata. Innanzitutto una premessa che deve essere chiara a tutti e che ci pare non possa essere smentita. Se si pensa che i problemi della giustizia italiana siano quelli di essere lenta e farraginosa, si sappia che la riforma di cui si discute non influirà per nulla su questi difetti, così come non servirà a ridurre gli errori che nessun sistema processuale riesce ad eliminare del tutto.
Anche se ci affidiamo al contraddittorio tra le parti e a tanti gradi di giudizio per ridurre al minimo le decisioni sbagliate, dobbiamo rassegnarci. La complessità del reale e le difficoltà del giudicare produrranno sempre sentenze discutibili e anche chi pensa che gli algoritmi potranno risolvere tutti i problemi dovrà un giorno ricredersi. Se così è, qual è allora lo scopo della riforma? Chi la propone sostiene che separando le carriere di PM e Giudici si rafforza l’indipendenza dei secondi, che è un principio sacrosanto che tutela tutti. Può anche essere vero, ma la terapia normativa proposta ci sembra scorretta nel senso che se allenta la contiguità tra PM e Giudice, va a rafforzare la contiguità tra magistrati e potere politico.
Chi esamina il testo senza pregiudizi deve ammettere che il peso dei membri “laici” degli organi di autogoverno e dell’Alta Corte disciplinare aumenterà a scapito dei membri togati sorteggiati a caso, senza nessuna attenzione alle competenze. Questo vuol dire che l’influenza delle maggioranze politiche sull’esercizio dell’attività giurisdizionale crescerà. Noi cittadini pretendiamo di essere giudicati da magistrati autonomi non influenzati dai loro rapporti interni, ma non siamo affatto tranquillizzati da un sistema in cui saranno le segreterie dei partiti ad esercitare la loro influenza su chi deve valutare i nostri comportamenti.
Nella vita giudiziaria ci siamo accorti che le garanzie effettive nascono dalla formazione separata tra chi accusa e chi giudica, dalla separazione delle funzioni che già esiste, dalle sanzioni processuali che possono essere rafforzate, ma soprattutto dall’onestà intellettuale che dovrebbe accompagnare il lavoro di ciascuno operatore. E del resto già oggi verifichiamo che i giudici agiscono in piena autonomia come dimostrano le rilevanti percentuali di assoluzione rispetto alle richieste di condanna.
Noi avvocati seguiamo una scuola formativa comune a tutti e ci autogoverniamo dal punto di vista disciplinare, eppure ci contrapponiamo nelle aule a colleghi amici che difendono posizioni contrapposte. Non è mai venuto in mente a nessuno che la colleganza minacci la nostra indipendenza. E non è mai venuto in mente a nessuno che per rafforzare la nostra correttezza sia utile una qualche forma di controllo esterno.
Con queste osservazioni non vogliamo dire che la nostra giustizia è perfetta e dunque intoccabile, anzi. Temiamo però che il rimedio proposto dalla riforma costituzionale proposta aggravi le malattie di cui soffre. Ci ritroveremmo ad esempio con una struttura del Pubblico Ministero indubbiamente più forte perché più autonoma e più sorvegliata da membri laici mandati e sostenuti dalle forze politiche. E tutto ciò in un momento in cui le Procure della Repubblica esercitano le loro iniziative senza particolari controlli. Sappiamo che l’azione penale è obbligatoria e cioè che i PM dovrebbero perseguire tutti reati. Ma sappiamo anche che i fascicoli sono così numerosi che i PM sono portati ad attivarsi secondo criteri spesso personali e senza alcuna valutazione sul costo/benefici delle loro inchieste.
La legge Cartabia del 2022 aveva sancito che questi criteri dovessero essere pubblici e condivisi, ma dopo tre anni non è accaduto nulla. Il rischio di un pm autoreferenziale. Se vincesse il Sì, ci ritroveremo con Procure che usciranno dall’unità della giurisdizione voluta dai nostri padri costituenti e che eserciteranno la loro potenza di fuoco secondo le loro scelte autoreferenziali o, e non si sa se è meglio o peggio, secondo le scelte dei governi.
Noi cittadini siamo più protetti dalla separazione di poteri che si devono controllare a vicenda; noi cittadini siamo più tutelati se magistratura e potere politico sono separati e distanti, ed ogni riforma che li avvicina potrebbe essere una minaccia. È ovvio che tale separazione può portare a scontri e contrasti, ma un loro avvicinamento potrebbe essere ancora più pericoloso. È ovvio che i Governi preferiscano che la Magistratura e gli altri Organi di controllo siano docili, ma in un modello di Stato liberal-democratico la reciproca non interferenza dei poteri è un bene prezioso e irrinunciabile.
*Avvocati










