di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 28 agosto 2019
Il 29 luglio 2019 è cominciato l'iter parlamentare in Senato del disegno di legge 1438 in materia di riforma della magistratura onoraria. Il provvedimento, che introduce importanti modifiche all'attuale disciplina, è tra quelli di cui andrà messa alla prova la capacità di "sopravvivere" all'eventuale cambio di maggioranza.
Si tratta, fra l'altro, di un testo al quale ha dedicato particolari energie il sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone, della Lega: una figura che ha avuto un peso nelle politiche dell'esecutivo da poco entrato in crisi e che ora, inevitabilmente, pare destinata a lasciare l'incarico. Il ddl era stato inizialmente approvato dal Consiglio dei ministri nella seduta del 20 maggio 2019, su impulso del ministro Bonafede e appunto del sottosegretario Morrone.
Preliminarmente è opportuno rilevare che la materia da tempo richiedeva un aggiornamento, soprattutto alla luce delle legittime richieste dei rappresentanti di categoria. La riforma nasce proprio con il preciso obiettivo di arrivare a una più razionale e funzionale gestione della figura del magistrato onorario, recependo alcune delle indicazioni scaturite dal Tavolo tecnico istituito circa un anno fa, nel settembre 2018, al fine di migliorare e rendere più funzionali proprio le condizioni degli appartenenti a una categoria importante per l'amministrazione della giustizia.
Tra le novità che verrebbero introdotte dalla riforma, occorre evidenziare il restringimento del regime delle incompatibilità dei magistrati onorari in relazione ai casi di rapporti di parentela, affinità e coniugio tra magistrato onorario e il familiare esercente la professione forense. Viene, poi, estesa ai magistrati onorari la disciplina di cui all'articolo 33 della legge 5 febbraio 1992, numero 104, per consentire l'assegnazione ad altra sede ed assistere in tal modo un familiare con disabilità.
Viene ammessa la permanenza in servizio fino a 68 anni se la durata dell'incarico viene confermata per quattro quadrienni. Viene introdotta, inoltre, la possibilità del cosiddetto "doppio binario", ossia la scelta tra il mantenimento dell'attuale sistema a cottimo o, in alternativa, i tre impegni settimanali con un incremento degli emolumenti. Inoltre, è prevista una corposa - e da tempo auspicata - riorganizzazione degli Uffici del Giudice di Pace.
Viene introdotta, dunque, una tutela rafforzata per una categoria, che - riprendendo le parole del guardasigilli Bonafede - rappresenta "una componente importante del sistema, garantendo un contributo significativo al concreto funzionamento del servizio ai cittadini", e che da tempo obbiettivamente meritava una disciplina aggiornata. In tema, il ministro ha affermato con soddisfazione che "si tratta di un nuovo inizio, un nuovo punto di partenza per la categoria". Le parole di Bonafede non possono che condividersi: seppur il provvedimento abbia suscitato alcune critiche, da qualche parte bisognava iniziare.
La riforma ha già incassato, peraltro, il nulla osta della Ragioneria dello Stato e ora in teoria dovrebbe iniziare l'iter parlamentare in Senato. A livello prettamente tecnico e giuridico la riforma è da accogliere con favore perché - seppur migliorabile in alcuni passaggi - inizia a rispondere in maniera chiara e proporzionata alle richieste che da anni la categoria coinvolta portava avanti per una normativa di settore aggiornata.
*Avvocato, direttore Ispeg - Istituto per gli studi politici, economici e giuridici









